Problemi della transizione 1981

Democrazia sindacale

dal problema delle forme di lotta, a quello dell ’ atteggiamento del sindacato di fronte alle punte più acuminate della conflit tualità; dalla questione del rapporto tra produttività, orario di lavoro, retribuzione e flessibilità della manodopera all ’ interno dell ’ impresa a quella della ricerca, della definizione e poi dell ’ applicazione di forme contrattuali di regolamentazione della mobilità dei lavoratori, da impresa a impresa, cioè da posto a posto di lavoro, sul territorio; dal tema del rapporto tra sindacato e impresa o sistema delle imprese quanto ad in vestimenti e processi di ristrutturazione e scorporo delle lavo razioni a quello della rilevanza di questo stesso rapporto a li vello di programmazione centrale e regionale. Nel sistema del le relazioni industriali sono andati accentuandosi momenti di scontro e di radicalizzazione, sol che si pensi all ’ uso di com portamenti fino ad ora inediti, talvolta irridenti verso gli stessi tentativi di mediazione ministeriale (certo, «orientata», e non formalisticamente neutrale, ma seguendo, in ciò, l ’ esempio di una prassi ormai più che decennale), accanto ad uno spregiu dicato e tambureggiante «uso politico» perfino degli inserti pubblicitari sui maggiori quotidiani; mentre vere e proprie la cerazioni sono state provocate dall ’ uso di determinate azioni giudiziarie. Già nella primavera del 1979 la Federmeccanica aveva chiesto al Tribunale di Roma una dichiarazione «gene rale ed astratta» di illegittimità dei presìdi e dei picchetti an che non violenti e degli stessi scioperi articolati. Le vicende processuali attorno ai 61 licenziati dell ’ ottobre di quell ’ anno provocarono poi un acceso dibattito attorno al garantismo nei luoghi di lavoro, e misero in luce un progressivo venir meno del consenso di strati non indifferenti di intellettuali e di stu diosi attorno ad un sindacato chiaramente in difficoltà e per corso da polemiche interne profonde, costretto a giocare, lun go quasi tutto l ’ arco della vicenda stessa, sul terreno prescelto dell ’ avversario. Oggi, dopo lo «sciopero dei 35 giorni», sem pre nei confronti dei picchetti e dei presìdi — comportamenti che, talvolta, possono giungere a coprire reali debolezze, e che tuttavia sono pur sempre strumentali rispetto all ’ esercizio del diritto di sciopero e dunque sollecitano, semmai, una risposta in termini politici — l ’ unica replica imprenditoriale sembra af fidata alle denunce in sede penale. Mentre nubi pesanti ed oscure si presentano all ’ orizzonte, a proposito della pur pat tuita seconda fase della riduzione dell ’ orario dei metalmecca nici, da parte di chi annuncia di volerla condizionare, almeno nelle proprie intenzioni, ad un sostanziale superamento dell ’ attuale duplice binario (nazionale ed aziendale) sul quale scorre, con forme di coordinamento di carattere politico assai più che giuridico-contrattuale, il sistema della contrattazione collettiva. La partita, dunque, non riguarda esclusivamente i grandi poli dello sviluppo industriale (e non soltanto Torino, bensì anche, ad esempio, Porto Marghera ed Ivrea: non soltanto la FIAT, ma anche l ’ industria chimica, come pure l ’ elettronica e la siderurgia). Essa ha impresso vorticose accelerazioni, e molto probabilmente ha già avviato vere e proprie svolte nel l ’ intero sistema delle relazioni industriali; ha rimesso in di scussione, con la strategia complessiva, le prospettive ed an che la cultura stessa del sindacato nonché l ’ efficacia dei suoi

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