Problemi della transizione 1981
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
strumenti conoscitivi, di analisi e di valutazione: la sua capa cità di percepire gli elementi spesso eterogenei di domanda che con immediatezza ma con interne frammentazioni provengo no dalla sua base, e di ricomporre le contraddizioni che in es sa aprono solchi profondi. Occorre chiarire, adesso, la porta ta del conflitto, e vedere a che punto siamo arrivati. 3. Le osservazioni che seguiranno saranno abbastanza cir coscritte, perché si propongono di analizzare l ’ attuale fase di crisi del sindacato dei consigli e più in particolare dei consigli stessi, cercando di capire quali sono le ragioni dell ’ innegabile impoverimento della loro vitalità, e ravvisandole, fondamen talmente, in una crisi che, rispetto a loro, sta a monte, in quanto riguarda lo stesso progetto politico entro il quale lo strumento consiliare sorge e si giustifica. Ma, poiché diviene di giorno in giorno più nitida anche la crisi di quel «felice con nubio» (come lo ha definito Gino Giugni) che per oltre dodici anni si è celebrato tra il sindacato e non pochi operatori intel lettuali di vario livello — non tutti, per altro, semplici chiosa tori od apologeti — , mi sembra giusto rendere previamente espliciti anche alcuni giudizi di valore. Persuaso come sono, d ’ altra parte, che non si tratta tanto di «chierici» che tradisco no, quanto, invece, di un riflesso dell ’ appannarsi, almeno nel l ’ immediato, di quell ’ indiscusso primato politico e morale conquistato dal sindacato, nel nostro Paese, con le lotte vin centi degli anni passati. In sintesi, a me sembra — del tutto controcorrente rispetto alla maggioranza degli osservatori di estrazione accademica — che la strada da percorrere per il sindacato italiano, di fronte agli sconvolgimenti ed alle rapide mutazioni dei rapporti poli tici ed economici avvenuti 1 anche su scala internazionale, resti quella di attrezzarsi a fronteggiare il problema di un aumento della produttività e di un rilancio della produzione che non si rassegnino a dare per scontata la necessità della riduzione del lavoro a merce, ma che vengano, invece, perseguiti e realizzati attraverso lo sviluppo tecnico e scientifico degli apparati e dell ’ organizzazione della produzione e del lavoro stesso; non ché attraverso un rilancio del progetto, mai attuato, di una programmazione intesa sia come un nesso di interdipendenze fondato principalmente sul concorso delle autonomie elettive, sia come processo ed esito di uno scontro sociale e politico volto a colpire gli interessi consolidati ed il pluralismo perver so delle burocrazie settoriali. E perché, poi, dagli errori e dal le contraddizioni vissute dinnanzi ai cancelli della FIAT, do vrebbe oggi discendere un riadagiarsi così supino sulle sponde tranquillanti dell ’ industrialismo borghese e della visione che gli è propria della scienza e della cultura? Eppure, perfino la nostra Costituzione afferma la legittimità d ’ un progetto alter nativo dell ’ assetto dei rapporti sociali. Perché, allora, chiedere al movimento operaio ed alle sue organizzazioni politiche e sindacali di costringersi di nuovo, addirittura volontariamen te, cioè per scelta politica consapevole, dentro l ’ orizzonte trac ciato dal capitale, attraverso la pura e semplice negazione del la possibilità stessa di introdurre un controllo sociale sui con tenuti e sulle forme non solo del processo lavorativo in quanto tale, ma anche del processo produttivo in genere? Proprio a questo risultato di fondo conduce, infatti, la polemica di chi,
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