Problemi della transizione 1981
Democrazia sindacale
ad esempio, crede oggi di insegnare (come Federico Mancini) che l ’ unico compito che si debba ormai chiedere a quel movi mento ed a quelle organizzazioni consiste nel battersi per l ’ ammodernamento di un genuino ordinamento pluralistico assunto come già esistente, e per dirigere — niente meno — una «transizione alla laicità». «Laicità», vorrei sperare, nel senso dell ’ antidogmatismo e della tolleranza: ed allora saremmo, certamente, d ’ accordo, ed anzi indicheremmo questo compito, innanzi tutto, alle altre e diverse forze politiche. Ma il termine «laicità» potrebbe as sumere, nel contesto del revival neoliberista, anche un altro si gnificato: quello che riveste il concetto stesso di pluralismo nella tradizione giuridico-politica della società industriale, cioè come equilibrio di poteri nell ’ ambito di un consenso cre scente e come riconoscimento, sì, della conflittualità, ma non certo dell ’ antagonismo dei rapporti sociali: di un conflitto, in altre parole, pur sempre ricomponibile, dal momento che lo si vede intercorrere non tanto tra capitale in cerca di valorizza zione da un lato e forza-lavoro organizzata dall ’ altro, quanto, in termini distributivi, tra chi, in funzione immutabilmente di rettiva, cerca di fare valere l ’ esigenza di maggiori investimenti e chi, in predeterminata e non reversibile funzione di opposi zione, cerca invece di fare valere l ’ esigenza di mantenere e di migliorare il tenore di vita. Dove però, anche ad un esame sommario, il postulato dell ’ equilibrio appare più come un pre testo dato da rispettare — anche se contrastante alla realtà del le cose ed al profondo squilibrio' di potere che distingue la no stra società — che non come un compito da realizzare; dove, inoltre, l ’ idea di un conflitto che intercorre, in definitiva, tra vocazione agli investimenti e vocazione ai consumi (o, forse meglio, nella prospettiva della «crisi fiscale», tra classi che tra loro confliggono per ottenere una maggior quota di assisten za), non può che comportare, assieme ad una «modernizza zione» consistente, ad esempio, in nuove procedure di conci liazione o in codici di comportamento, anche un tendenziale ritorno alla neutralità, di fronte al conflitto stesso, dei poteri pubblici e della legge medesima, che in quella dimensione, de bitamente depurata, finisce per ravvisare il «dover essere» giu ridico. In rotta di collisione, quindi, con la linea di politica del diritto che fu fatta propria dallo statuto dei lavoratori, nel momento stesso in cui assunse quale sua ispirazione di fondo un drastico rifiuto di quell ’ atteggiamento di equidistanza che è proprio, nei confronti delle parti del conflitto industriale, del legislatore liberal-democratico: nel momento, cioè, in cui ac cettò di privilegiare una forma di democrazia nei luoghi di la voro orientata, senza equivoci, verso un progetto di trasfor mazione. 4. La crisi dei delegati e dei consigli di fabbrica viene oggi prevalentemente considerata, dagli osservatori professionali, ora come il tramonto dell ’ ideologia stessa che li ha animati, delle vecchie certezze, ora — per riprendere le parole di Gino Giugni — come l ’ effetto di «vistose forme di manipolazione e di degenerazione oligarchica». Nell ’ analizzare la crisi dei qua dri sindacali di fabbrica, ci si muove, dunque, su due piani tra loro distinti pur se connessi da reciproche intersezioni: quello
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