Problemi della transizione 1981
Democrazia sindacale
— quel che più conta ai fini del discorso che ora interessa — a livello di fabbrica l ’ intervento del delegato sulle specifiche condizioni di lavoro del singolo operaio o del singolo gruppo (ad esempio, per le questioni che riguardano una certa linea di montaggio ovvero determinati spostamenti da un reparto ad un altro) è, nei fatti, così poco ispirato a criteri di unilaterale rigidità, da apparire, nel mirino di una ricerca sociologica condotta attorno alla metà degli anni ’ 70, una procedura che consiste, sì, formalmente in un negoziato, ma sostanzialmente in una decisione presa in comune: cosicché a quel livello viene a sfumarsi, in concreto, la distinzione stessa (così rigida, inve ce, nella morfologia giuridica) tra metodo contrattuale e me todo cogestionale. Se poi, rispetto al risultato di quell ’ indagi ne, le cose sembrano oggi in parte cambiate — ed in parte cer tamente lo sono — , lo si deve assai meno ad un subitaneo nuovo irrigidimento dei delegati, abbastanza irreale a pensarsi in un clima sindacale ormai dominato dalle preoccupazioni di salvaguardia del posto di lavoro di fronte all ’ incalzare dei pro cessi di ristrutturazione e di decentramento, che non ad una ben più corposa crisi di ruolo, e quindi di identità — e pro prio lì, nei reparti ove si svolge il lavoro — dei capi gerarchici, cioè dei rappresentanti della direzione aziendale, di cui va dis solvendosi, per mille prove (e per cause addebitabili anche ad una certa miopia delle piattaforme rivendicative del sindaca to), la professionalità. La crisi dei consigli di fabbrica e dei delegati non può dun que essere ricondotta, almeno a parer mio, ad un insieme di letture affrettate e mal digerite: né si tratta di relitti sparsi di una grande illusione. Essa trova invece i suoi motivi, che sono politici e strutturali ad un tempo, e che sono andati aggravan dosi negli ultimi tre o quattro anni, nei limiti stessi, nelle re more e nelle lacune della politica sindacale complessiva, così come le grandi centrali confederali l ’ hanno gestita dall ’ EUR in qua: da quando, cioè, la riscoperta scarsa consistenza del l ’ interlocutore pubblico ha reso sempre più estenuante il le gittimo sforzo del sindacato di intervenire nel modo più quali ficato all ’ interno stesso delle grandi opzioni economiche. Tro va questi limiti, fondamentalmente, in due ordini di contrad dizioni dell ’ azione e dell ’ iniziativa del sindacato medesimo. Un primo ostacolo all ’ attività dei consigli è derivato dal progressivo insabbiarsi ed inaridirsi del processo unitario. I delegati, come ognuno sa, sono eletti, di regola, su scheda bianca (e quindi non su liste preformate), da tutti i lavoratori, iscritti o non iscritti al sindacato; né tale iscrizione è richiesta per godere dell ’ elettorato passivo, cosicché del consiglio può far parte anche chi non ha in tasca la tessera sindacale. Si trat ta, dunque, almeno nella prassi prevalente dei settori trainanti dell ’ industria, di strutture che i sindacati confederali accettano di considerare come organismi terminali comuni, vale a dire estranei alla logica chiusa di questo o quella organizzazione. Alla base della piramide sindacale viene meno, o comunque si stempera, la distinzione stessa tra le grandi centrali associati ve, ed il consiglio di fabbrica — così come è stato storicamen te pensato ed attuato — appare come un ponte lanciato, dai luoghi di lavoro, verso il raggiungimento dell ’ unità sindacale: acquista significato, in altre parole, all ’ interno di un preciso
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