Problemi della transizione 1981
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
progetto politico, come è, appunto, quello dell ’ unità. Quan do, però, al di fuori dei luoghi di lavoro questo processo uni tario non soltanto resta bloccato, ma addirittura giunge ad estenuarsi nei ritualismi delle rappresentanze paritetiche ad ogni costo (paritetiche, cioè, nel senso dato da un ’ operazione manipolatoria, che tende a determinare percentuali di rappre sentanza non rispondenti ai reali equilibri delle forze in cam po), ovvero è costretto a disperdersi in esercizi di carattere di plomatico; quando — peggio ancora — si assiste a sostanziali passi indietro, cioè al risorgere della logica di corrente, o alla riesumazione di vecchi collateralismi rispetto a partiti o addi rittura a frazioni di partito, ovvero alla riscoperta dell ’ utilità, in funzione di tattiche contingenti, della vecchia concezione del sindacato come «cinghia di trasmissione», allora tutto questo, per quanto compiuto nel segno deH ’ improvvisazione (magari à la page), non può che riflettersi — e senza troppo indugio — anche sulle strutture di base, e più precisamente sulla stessa ragion d ’ essere d ’ una loro perculiare forma orga nizzativa (quella, appunto, del consiglio di fabbrica). Si pro vocano, così, dei processi di burocratizzazione, o almeno di formazione di ristretti centri di decisione, e si tratta di proces si che si possono manifestare in vari modi. Non sempre le «circoscrizioni elettorali» continuano a coincidere con gruppi di lavoratori qualificabili (perché caratterizzati, ad esempio, da una comune esposizione al rischio o da comuni cadenze e ritmi di lavoro) come «gruppi omogenei»; si afferma la prati ca della cooptazione di attivisti sindacali, naturalmente in mo do da bilanciare le rispettive rappresentanze associative; a vol te si richiede, per essere eletti, una certa percentuale di prefe renze; rallenta la periodicità del rinnovo del mandato. Mentre aumentano invece, per parte loro, le prerogative e dunque il carattere verticistico degli «esecutivi» — formati sulla base di criteri «politici», cioè tali da garantire comunque, non tanto la reale rappresentatività, quanto la presenza in essi delle di verse correnti — , opportunamente articolati in commissioni di studio o con funzioni tecniche per singole materie, ma sempre meno aperti a forme di rotazione, e talvolta addirittura indotti a convocarsi solo dopo riunioni o consultazioni separate, in dette singolarmente per ognuna delle organizzazioni rappre sentate. Riprende a diffondersi la pratica negativa (perché fonte sicura di burocratismo) dei «distacchi» dalla produzio ne; e degli stessi «permessi», garantiti da leggi e contratti, si fa talvolta un uso diverso da quello sindacale. Si determina, in tal modo, una autentica frattura nel rapporto tra delegato e gruppo di lavoratori che pure lo esprime: e questa frattura non tarda a divenire politica ed ideale, ed a riflettersi a sua volta in una minore capacità di comprensione e di selezione delle domande della base, e quindi in una crisi di rappresenta tività, da parte dei delegati stessi, nei confronti di coloro che li hanno eletti. Perchè non ricordare, a questo proposito, e fa cendo tutte le dovute distinzioni, la crisi delle commissioni in terne? All ’ origine delle attuali difficoltà dei consigli c ’ è però an che un secondo fattore, meno attinente alle strutture e più col legato, invece, al contenuto dell ’ azione rivendicativa; ed attra verso questo ancora una volta, però, al progetto politico stes
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