Problemi della transizione 1981
Democrazia sindacale
so al quale si è coordinata, fin dal suo sorgere, l ’ iniziativa consiliare. Per un verso, infatti, la ragione principale della na scita dei consigli si collega strettamente alla lotta per la tra sformazione delle condizioni del lavoro e della produzione, a cominciare dalle questioni della qualità del lavoro e della dife sa della salute dei lavoratori. Per altro verso, però, la stessa elaborazione rivendicativa del sindacato si è andata, proprio a tale proposito, logorando nel corso degli anni: c ’ è stato, in questa materia, un sostanziale ripiegamento, come se davve ro, di fronte all ’ intensificarsi dei processi di trasformazione tecnologica, di riconversione e di ristrutturazione, di decentra mento del lavoro al di fuori della fabbrica, l ’ impegno per una modifica dell ’ organizzazione del lavoro fosse divenuto un lus so eccessivo, uno spreco di energie, quasi un frutto fuori sta gione. Ad un eccesso di centralizzazione dell ’ azione sindacale si è accompagnato, in qualche occasione, perfino il riemergere delle vecchie pratiche di monetizzazione. Non desta meraviglia, allora, il fatto che gli stessi consigli di fabbrica si siano trovati, in qualche modo, «spiazzati», co me sempre avviene quando frana una parte almeno del pro getto politico in base al quale una determinata struttura si è costituita ed ha iniziato ad operare. Di qui, come ha notato giustamente Bruno Trentin, uno scollamento ulteriore tra i problemi della condizione operaia e quelli — inevitabilmente assunti come prioritari per il movimento sindacale nel suo in sieme — dello sviluppo dell ’ occupazione complessiva e della riforma della politica industriale. Infatti, la tematica dell ’ orga nizzazione del lavoro e del mutamento della condizione ope raia nel luogo di lavoro resta «un anello di congiunzione es senziale, nella coscienza dei lavoratori, fra i problemi dell ’ im presa e gli obiettivi più generali dell ’ azione sindacale»; cosic ché, oscurandosi questa connessione fondamentale, gli stessi temi dell ’ occupazione, dell ’ equilibrio produttivo e del Mezzo giorno, ecc. non possono che venire «recepiti passivamente, e cioè accettati come astrattamente giusti, ma sostanzialmente delegati, per la loro soluzione, all ’ azione dei gruppi dirigenti nazionali del sindacato». Anche per questo motivo, la massa dei delegati rischia di ridursi, come notava Giuliano Amato, ad un corpo che «si distacca dalla realtà d ’ origine, finisce per vivere di riunioni dentro l ’ organizzazione o nelle istituzioni pubbliche, e perde così la capacità di capire la realtà». 5. Si tratta dunque di altrettanti problemi che riguardano con assoluta immediatezza il nodo centrale della democrazia sindacale, tanto al livello di un rapporto reale (cioè meno di- plomatizzato) fra le tre confederazioni più rappresentative, quanto al livello dei loro organismi comuni di base nei luoghi di lavoro: organismi di cui vanno riaffermate, ed anzi recupe rate e valorizzate, la natura e la funzione. Da questo punto di vista, il problema va affrontato con realismo (vale a dire te nendo conto di tutti quei difetti di funzionamento democrati co, che si sono accumulati nel tempo, di cui già si faceva cen no), ma contemporaneamente tenendo presenti le origini effet tive ed il progetto politico nel cui quadro i consigli hanno tro vato la loro stessa giustificazione. In effetti, troppi avvenimenti (dalle incandescenti assem blee del luglio sul «fondo di solidarietà», cioè sulla nota que
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