Problemi della transizione 1981
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
stione dello 0,50%, agli accordi stipulati nel settore chimico sul rapporto fra taluni elementi retributivi e determinati accer tamenti di produttività, fino allo «sciopero dei 35 giorni») hanno posto in luce uno scarso grado di coinvolgimento dei lavoratori nel procedimento di formazione delle decisioni del sindacato, sia a livello confederale che a livello di fabbrica. La «marcia dei 40.000», quali che fossero le sue intenzioni e di mensioni reali, ha reso evidente lo scarso grado di consenso che il sindacalismo confederale è in grado di raccogliere tra i tecnici, gli impiegati amministrativi, i quadri intermedi, e la possibilità che essi diano vita, prima o poi, ad altrettanti sin dacati autonomi, caratterizzati da un agguerrito spirito corpo rativo e da una non meno profonda diffidenza verso le riven dicazioni, anche «politiche», degli operai. Per altro verso il sindacato appare animato da una concezione ancora così sem plificata e riduttiva del conflitto sociale, da non riuscire sem pre a comprendere come, nell ’ attuale fase di crisi e nella dina mica reale di classe, il conflitto stesso non si sviluppi più se condo i consueti schemi di polarizzazione lineare: si pensi, ad esempio, al fallimento delle «leghe dei disoccupati», rimaste degli autentici massi erratici all ’ interno d ’ una organizzazione sindacale per tutto il resto immutata; oppure ai ritardi nel tra durre in termini anche organizzativi, al di là delle prime esem plificazioni già disponibili, il progetto di riforma delle struttu re sindacali elaborato nel novembre 1979 a Montesilvano proprio per cercare di saldare — anche attraverso nuove pre senze unitarie sul territorio — gli strati di classe operaia più tradizionalmente occupati in modo stabile alle lotte dei lavo ratori precari e degli stessi disoccupati. V ’ è, dunque, abbondante materia sulla quale riflettere. Nuove e precise norme di comportamento collettivo possono meglio garantire, nelle assemblee, un concreto coinvolgimento dei lavoratori di tutte le categorie e qualifiche, un reale spazio di dibattito, tale da evitarne l ’ appropriazione da parte di grup pi ristretti; nonché l ’ esercizio effettivo di un diritto di voto che può benissimo esprimersi, in talune occasioni o comunque quando ne venga fatta richiesta da una determinata percen tuale di partecipanti, nelle forme del voto segreto. Nei singoli ambienti di lavoro, in ordine a particolari tematiche tali da in cidere direttamente sulle condizioni di utilizzazione della forza lavoro, è pensabile ricorrere anche a forme di referendum, da indirsi da parte dello stesso consiglio di fabbrica: uno stru mento che, per altro, non pare invece seriamente utilizzabile là dove si discute della formazione delle piattaforme rivendi cative, della conduzione delle trattative, dell ’ apertura o della conclusione delle fasi negoziali e di quelle di lotta, dal mo mento che certamente non si tratta, in tali casi, di altrettante questioni che si prestino ad essere ricondotte a giudizi così semplificati e addirittura monosillabici. Del resto, non è un caso che la norma dello statuto dei lavoratori meno praticata nella realtà delle fabbriche sia proprio quella che prevede il re ferendum, e che di esso tacciano i grandi contratti-guida: si tratta, infatti, di uno strumento di cui è assai difficile scorgere una qualche potenzialità a favorire più stretti rapporti di par tecipazione e di confronto tra sindacato e complesso dei lavo ratori, e che, al contrario, sembra perpetuare, per la sua stes
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