Problemi della transizione 1981

Democrazia sindacale

sa struttura, l ’ elemento della separazione, nel processo deci sionale, tra sindacato e lavoratori, tra organizzazione e movi mento; mentre, in numerosi episodi anche recenti, pare poter si prestare addirittura a farsi veicolo di strumentazioni, o di manovre scopertamente antisindacali, da parte di politiche imprenditoriali volte a premiare, monetizzandolo, il disagio reale di quei lavoratori che non si sentono appieno coinvolti nelle scelte del sindacato o del consiglio di fabbrica. Da parte sua, la specificità associativa dell ’ organizzazione sindacale va, sì, a sua volta sottolineata, ma in altra direzione: prendendo atto, cioè, che il sistema della percezione, da parte dei sinda cati, dei contributi associativi mediante ritenute sulla retribu zione ha comportato, nel corso degli anni, un incremento ed una «certezza» di finanziamento per il sindacato stesso, che si sono rivelati direttamente proporzionali all ’ estendersi di un progressivo «difetto di militanza»: frutto, appunto, anche del carattere ormai burocratico di un ’ adesione all ’ associazione sindacale intesa, di anno in anno, come ripetitiva routine Sotto tutti questi profili, il tema così variegato della demo crazia sindacale si salda, oggi, oltre che con la questione (più che mai aperta) dell ’ unità, con quello che va sotto il nome, spesso polivalente ed ambiguo, della democrazia industriale. Quale che sia la forma che potrà assumere nel nostro paese, essa non può infatti che presupporre canali di partecipazione aperti e percorribili e strutture sindacali nei luoghi di lavoro davvero rappresentative, e non avviate verso processi di scle rosi aziendalistica ed insieme corporativa: pena, evidentemen te, la riduzione di una possibile «democrazia dei produttori» a pura parola senza sostanza. Si tratta di altrettanti profili che, con altrettanta chiarezza, si prestano ad essere considerati ed approfonditi con opposti intenti; tra i quali sembrano oggi primeggiare quelli che, in nome della logica della riduzione della conflittualità (interpretata di nuovo in senso regressivo), finiscono per assegnare al sindacato — agente, secondo loro, sì della contrattazione del lavoro, ma non del cambiamento delle sue condizioni — il ruolo di un gestore sostanzialmente autoritario della passività operaia: al di fuori, dunque, di qualsiasi mediazione progettuale e della ricerca di modelli di transizione. Per parte sua, il sindacato, analizzando i propri errori, potrebbe invece rispondere cominciando con il costata re che — come soleva argomentare Giuseppe Di Vittorio — essi sono, in genere, diversi da quelli che gli addebita l ’ avver sario.

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