Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

toposto, rispetto a quello cristallizzatosi per un breve ma in tenso periodo dopo l ’ «autunno caldo», a trasformazioni rile vanti e ancora in corso. La centralità della contrattazione arti colata è posta sempre più in discussione come luogo privile giato (non nella sua importanza sempre decisiva per le genera lizzazioni di rapporti negoziali) dell ’ agire sindacale. A ciò osta il persistere della crisi economica e il restringimento della base produttiva del paese, che impone alle organizzazioni sindacali di porre in primo piano obiettivi di riconversione industriale e di difesa dell ’ occupazione. Ma questi obiettivi sono perseguibili secondo una logica di benefici futuri e secondo una prassi inevitabilmente condizio nata dall ’ interlocutore pubblico del sindacato, ossia il gover no, e sono quindi perseguibili nei tempi lunghi. La crisi eco nomica e il processo inflazionistico richiedono o fanno appari re come più appaganti, invece, sia alle aziende sia ai lavorato ri, decisioni o azioni perseguibili o motivanti la mobilitazione sulla base di una logica di tempi brevi e fondati su una dina mica di benefici immediati, tipica della articolazione contrat tuale per il lavoratori, e fondati su una logica di restringimen to dei margini di negoziazione — tipica della risposta non in novativa alla crisi — per gli imprenditori e il management. So no, queste, opposte pressioni che si esercitano sul sindacato come organizzazione. I vertici confederali hanno l ’ imperativo categorico di agire per la conservazione di quest ’ ultima e di mantenere influenza e consenso, mediando interessi e spinte sociali diversi e spesso confliggenti, e tendono quindi a ricen tralizzare competenze un tempo delegate alle organizzazioni categoriali o periferiche. Quest ’ ultime, invece, oltre ad essere molto spesso il vivaio di quella ideologia o mitologia dell ’ operaio-massa di cui dicemmo, sono le più sottoposte — quando non esaltano esse stesse tali forme di mobilitazione nell ’ incolpevolezza della cornice strutturale nella quale si si tuano i loro comportamenti — alla passione di una base, spes so minoritaria rispetto alla totalità degli occupati, ma tuttavia militante e attiva, che non intende riconvertire il suo compor tamento rivendicativo e denota una mentalità acquisitiva, di retta a benefici di breve periodo antitetici agli obiettivi che an drebbero perseguiti in una situazione di crisi economica. Di qui divisioni e fratture tra gli occupati, tra questi e i disoccu pati, tra rappresentanti e rappresentati. A ciò si aggiunga che in tale contesto di crescente ruolo del sindacato come attore politico si accentuano le divergenze nel la Federazione Unitaria chiamata a confrontarsi su temi di go verno dell ’ economia; si aggiunga il fatto che tale schizofrenia dell ’ organizzazione sindacale esercita un ruolo di esaltazione delle divisioni di reddito e di status presenti nella popolazione lavoratrice, divisioni che la crisi a sua volta esalta perché su di esse i lavoratori modellano spesso strategie di risposta indivi duale all ’ inflazione antitetiche a quelle collettive propugnate dai sindacati; si aggiunga il peso crescente che — su un sinda cato vieppiù indebolito — esercitano ora i partiti, e si avrà un quadro sintetico dei mutamenti in corso nel sistema di relazio ni industriali nel quale va inserita la vicenda FIAT.

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