Problemi della transizione 1981

Grande impresa e sindacato

tirate tattiche, del blocco dei cancelli e della produziuone. Con 1 ’ aggravante di dimenticare che così facendo si separava no coloro che erano stati posti in Cassa integrazione e gli atti visti sindacali e partitici (i più motivati a perseguire le forme di lotta) e coloro che invece temevano di subire i colpi di una crisi irreversibile dell ’ industria per effetto di tale forma di lotta (timore che la FIAT ad arte alimentava in ogni modo, aumen tando a dismisura il suo potere di ricatto). E infine, dividendo la parte più politicizzata della classe operaia dalla grande maggioranza, non sindacalizzata e non politicizzata, di quest ’ ultima, scavando un solco irreversibile tra attivisti di partito e del sindacato e lavoratori né sindaca lizzati né iscritti a partiti; alimentando la rabbia dei secondi e la frustrazione dei primi. La causa di ciò è sicuramente da ricercarsi in uno scarso rapporto tra sindacati e lavoratori, in un calo preoccupante della democrazia sindacale e, infine, in una manovra poco meditata del Partito comunista, erroneamente preoccupato di non poter mantenere i contatti con le grandi masse operaie della FIAT se non perseguendo una politica di adeguazione al le più radicalizzate posizioni sindacali. Contraddicendo le po sizioni precedentemente espresse in proposito. Perché, dunque, l ’ accordo FIAT? Perché, in tale situazione si potè giungere ad un accordo per molti versi rivoluzionario, nel senso che sanciva l ’ impossibilità di licenziare (per rendersi conto di ciò basta guardare a ciò che succede nell ’ industria au tomobilistica mondiale)? Chi afferma che se è positivo l ’ accor do anche le forme di lotta sono state giuste dimostra, a nostro parere, di essere un demagogo e di non comprendere la situa zione attuale. Ricordiamo alcuni fatti importanti, che da soli potrebbero essere oggetto di lunghe discussioni. Ciò che a Vailetta non era stato necessario fare nei tempi infausti del suo dominio, la FIAT si trovò costretta a ricercare: la mobili tazione di piazza dei capi e dei quadri intermedi. Ma questa manovra sortì effetti insperati: divenne manifestazione di mas sa, divenne la bandiera del «movimento dei quadri» oggi allo stato nascente, divenne coagulo degli insoddisfatti sia dalla conduzione della vertenza sia da una politica sindacale che noi abbiamo richiamato all ’ inizio e che si declina come egualitari smo esasperato, incomprensione dei problemi di coloro (e so no molti) che «operaio massa» non sono, mancanza di demo crazia sindacale. Fossero quarantamila o ventimila si trattò, e si tratta, di un evento storico prodotto da un reale processo sociale, ch ’ è assurdo ridurre a manovra di «polizia di fabbri ca». E si rifletta sul fatto che non fu una manifestazione «cile na», ma democratica, ispirata da principi «costituzionali», anche se dal chiaro segno antisindacato (non anti-sindacale). Ciò non poteva non avere l ’ effetto di indebolire fortemente il «sindacato periferico», di aumentare il potere di pressione delle Confederazioni protese alla soluzione dell ’ accordo che consentisse di respingere i licenziamenti e salvaguardare mar gini d ’ azione per il sindacato. Inoltre l ’ accordo firmato, accanto al nocciolo «rivoluzio nario», conteneva una dura scorza che occorre guardare con realismo: la cassa integrazione diveniva elemeno di un proces so di contrattazione regolarmente scadenzato e da affrontare

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