Problemi della transizione 1981

Democrazia al plurale

La democrazia dei pro duttori: la cooperazione

Della cooperazione non parlano, tuttavia, né gli economi sti della «Rivista trimestrale» né Giorgio Ruffolo, che pure fa capo all ’ idea delle «associazioni private» di consumatori. E una deliberata esclusione o non è, piuttosto, il frutto di una in volontaria dimenticanza? Opto per questa seconda spiegazio ne, ma non posso fare a meno di porre questa questione: per ché mai alla cooperazione venga concesso così poco, o nessu no spazio nel dibattito sulla democrazia economica. Alla sicura crescita del movimento cooperativo non si è ac compagnato, fino ad oggi, lo sviluppo adeguato di una cultu ra della cooperazione. A testimoniare la crescita del movimen to parlano le cifre: il fatturato complessivo delle nostre coope rative ha ormai superato i ventimila miliardi; ciascuna delle tre grandi «centrali», entro le quali esse sono organizzate uguaglia, per volume d ’ affari, i maggiori complessi produttivi del paese. E tuttavia le esigenze di comprensione del fenome no cooperativo, che è fenomeno profondamente diverso dagli altri settori, pubblici e privati, dell ’ economia del nostro tem po, restano ancora largamente insoddisfatte. Sopravvivono così due opposti modi di pensare alla coope razione, entrambi errati. C ’ è chi risolve la cooperazione nella pluralità polverizzata delle singole unità di produzione o di scambio, ignorando del tutto il momento della loro organizza zione collettiva nelle associazioni nazionali e finendo con il ri condurre la cooperazione al fenomeno indistinto della piccola o medio-piccola impresa. E c ’ è chi, all ’ opposto, parla di gran di «imperi» produttivi o commerciali o, addirittura, di potenti holdings politico-finanziarie, sottovalutando questa volta l ’ au tonomia di iniziativa e di decisione delle singole cooperative. La prima è la visione manualistica della cooperazione, quella che tuttora si perpetua nei trattati di economia e di diritto; la seconda è, invece, la visione che della cooperazione tentano di accreditare i grandi mass media dell ’ informazione, le pagine economiche e talvolta le cronache politiche dei settimanali in rotocalco. Da una parte si trascura e dall ’ altra ci si studia di occultare il referente sociologico del fenomeno, che è il movimento coo perativo. Ciascuna impresa è solo l ’ unità di base della produ zione o dello scambio mutualistico, solo la più elementare for ma organizzativa della cooperazione. Proprio perché espres sione di un movimento, la cooperazione non si esaurisce nella pluralità delle singole imprese cooperative: altre forme orga nizzative trascendono le unità di base, tendono a riportare ciascuna impresa a superiori livelli di iniziativa e di coordina mento, fino a collegarle all ’ insieme del movimento cooperati vo o a frazioni di questo, distinte in relazione della diversa ispirazione ideale, come accade nell ’ esperienza italiana. In ciò la cooperazione si differenzia nettamente da quella «autogestione» della quale, da qualche tempo, si fa tanto par lare. Si può dire, per usare una formula sintetica, che la coo perazione è autogestione dell ’ impresa più autogoverno del movimento cooperativo. Le singole imprese cooperative (e i loro consorzi) sono altrettanti fenomeni di autogestione del l ’ impresa da parte degli utenti o dei lavoratori. Le associa zioni nazionali sono, per contro, fenomeni di autogoverno del movimento cooperativo. Non si può compiutamente definire

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