Problemi della transizione 1981

Dopo il terremoto

ze lavoratrici, con una distribuzione del potere politico ed eco nomico ad esse più favorevole. La crisi energetica del 1973 toglie ogni illusione eurocen trica a questo scontro. Le risorse oggetto della contesa non so no più i tradizionali prodotti della fertile agricoltura europea, né il carbone ed il ferro materie prime dell ’ iniziale spinta capi talista: ma sono anche ormai il petrolio e l ’ uranio necessari per il rifornimento energetico, i metalli rari indispensabili per l ’ industria sempre più sofisticata, il legno per le cartiere ed il mobilio, la soia per i mangimi animali, le lane e il cotone per l ’ abbigliamento, il pesce e i bovini per l ’ alimentazione. La lo calizzazione di queste materie prime è assai squilibrata sul no stro pianeta, ma specialmente ne è squilibrato paurosamente il consumo. Ci si sta accorgendo che materie prime sono anche l ’ acqua e la stessa aria e che inquinandole come stiamo facendo le tra sformiamo in risorse finite, da infinite che sono: scopriamo fi nalmente la verità più elementare della natura e cioè che il so le è la più grande e disponibile fonte energetica esistente e che l ’ uomo non si è fino ad oggi provato ad imitare un processo che i vegetali fanno da milioni e milioni di anni. Il problema dell ’ austerità, da nazionale che era, si trasforma allora in pro blema planetario. La situazione ha trovato impreparate le società nazionali, ma non certo le forze dominanti dei capitalismo internaziona le: le multinazionali del petrolio non hanno mai guadagnato tanto, come da quando il petrolio scarseggia, ma i popoli po veri stanno ancor peggio di ieri. Mentre all ’ interno delle socie tà nazionali capitaliste si cerca di far pagare ai lavoratori il prezzo del nuovo equilibrio economico: nei paesi più svilup pati dell ’ Europa continentale i primi ad essere colpiti sono gli immigrati meridionali, ma in quelli dell ’ Europa mediterranea sono investite direttamente le condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari. È questa l ’ austerità dei «padroni», una austerità capitalista ben diversa da quella dinamica e produtti va di due secoli fa, una austerità che chiede sacrifici ai molti che hanno poco e non ai pochi che hanno molto. Le forze politiche della sinistra nell ’ Europa occidentale so no rimaste prigioniere di questa contraddizione, l ’ immagine della austerità è ancora, per la maggior parte di esse, l ’ imma gine imposta dal capitalismo odierno: non si accorgono, così facendo, di non offrire a quella austerità una possibile alterna tiva. Così i comunisti francesi solidarizzano con il governo nel chiudere la strada del MEC ai contadini spagnoli, illudendosi di difendere in questo modo i vignaiuoli del Midi. Così gli stessi comunisti italiani, che per primi hanno impugnato la bandiera dell ’ austerità popolare, esitano a portarla avanti, nel timore che i lavoratori non comprendano l ’ esistenza di due austerità contrapposte. Eppure la situazione è chiara: la congiuntura internaziona le e insieme le conquiste popolari hanno ridotto i margini dell ’ accumulazione capitalista; mentre i consumi improduttivi hanno toccato il tetto e non incrementano più l ’ accumulazio ne, i lavoratori difendono a denti stretti la quota di reddito — salari e consumi sociali — da essi strappata per la ricostituzio ne della forza lavoro. In questo quadro l ’ alternativa è sempli ce: se l ’ espansione della accumulazione è oggi bloccata dalla

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