Problemi della transizione 1981

Democrazia al plurale

dei lavoratori all ’ esercizio del potere statale, e realizzarsi per effetto di un doppio processo decisionale, prima ascendente, dai lavoratori ai vertici dello Stato (in URSS attraverso i vari livelli del sistema dei soviet), e poi discendente, dai vertici del lo Stato alle unità produttive. Ora in questa convinzione si stanno aprendo brecce. I pri mi passi sono stati compiuti, sei anni or sono, in Jugoslavia. Non alludo al fatto in sé della soppressione della proprietà statale dei mezzi di produzione, considerata «assolutismo sta tale», «egemonismo panstatale» e così via (presa in sé, la so stituzione della proprietà statale con la «proprietà sociale» dei mezzi di produzione può apparire un cambiamento solo nomi nale); mi riferisco alle innovazioni sostanziali. Ecco le più si gnificative per un discorso sul mercato nei paesi socialisti. L ’ autogestione operaia dell ’ impresa, anzitutto, non implica negazione della professionalità imprenditoriale: ogni impresa ha un consiglio operaio, che fissa solo le grandi linee della po litica economica aziendale, ma ha pure, necessariamente, un organo direttivo, individuale o collegiale, i cui membri sono nominati dal consiglio operaio in base a pubblico concorso sulla base di requisiti di professionalità. Ogni impresa, inol tre, ha diretto accesso al mercato del risparmio, e può finan ziarsi raccogliendo a interesse il danaro dei cittadini. Ma, ciò che più appare significativo, l ’ autogestione dei lavoratori non è solo autogestione dei lavoratori in quanto produttori: è co struita anche come autogestione dei lavoratori in quanto con sumatori, attraverso le comunità autogestite di interessi, che operano nei più diversi settori della domanda di beni o di ser vizi. Autonomia, in Polonia, della condizione dei lavoratori in quanto erogatori di forza lavoro della loro condizione di citta dini; autonomia in Jugoslavia, della funzione dei lavoratori in quanto produttori (organizzati nelle imprese autogestite) dalla loro funzione di cittadini (organizzati nelle istituzioni politiche rappresentative) e, ancora, dalla loro funzione di consumatori (organizzati nelle comunità di interessi autogestite). Su questi elementi si costruiscono, nei paesi socialisti, i soggetti tra i quali instaurare rapporti di mercato. Ma su elementi analo ghi, a ben guardare, si svolge in occidente il discorso del «mercato socialista». Sono: lo sviluppo della democrazia in dustriale, imperniata su un sindacato che, come forza di mer cato e con strumenti di mercato (la contrattazione degli inve stimenti), concorra a programmare l ’ offerta; lo sviluppo, se condo la recente proposta della «Rivista trimestrale», della democrazia dei consumatori, fino alla costruzione di un «con sumatore collettivo» programmatore della domanda; e, non lo si dimentichi, lo sviluppo del movimento cooperativo, forza popolare che agisce sul mercato, capace di influire tanto sulla domanda (cooperazione di consumo), quanto sull ’ offerta (cooperazione di produzione e lavoro). Bisogna dire, a questo punto, che c ’ è una sostanziale equi valenza tra le ragioni che, all ’ est, inducono a ritenere che il mercato sia compatibile con il socialismo e quelle che, al l ’ ovest, spingono alla simmetrica valutazione della configura- bilità di un «mercato socialista». Anche noi siamo partiti da visioni statalistiche della transizione, e solo ora ce ne stiamo

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