Problemi della transizione 1981
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
l ’ area. Le quali avrebbero, diciamo così, favorito il soffoca mento delle tendenze più esplosive del sistema politico irania no proprio perché, nel momento in cui l ’ impero persiano fosse passato da una condizione di potere accentrato militarmente a scopo repressivo ad un potere rivoluzionario e quindi plurali sta, avrebbe con ogni probabilità subito non solo le disartico lazioni interne che una trasformazione di tal genere comporta va, ma avrebbe avuto effetti destabilizzanti anche sui paesi confinanti. Si deve per inciso notare che quest ’ ultima tesi, sep pure più ardita di altre, sembra essere fatta propria oggi dal governo rivoluzionario dato che esso si sforza di mantenere la propria autorità sull ’ intero sistema imperiale, trascurando le aspirazioni autonomistiche delle popolazioni non iraniane. 4. In effetti, le ragioni più decisive sono altre. Le grandi potenze non sono state in grado di valutare la carica nazional- religiosa islamica, soprattutto perché essa era in profonda contraddizione con la teoria, sia capitalistica che socialista, della «modernizzazione» e della «laicizzazione» cioè dello svi luppo e del progresso economico. E abbastanza probabile in fatti che il risveglio islamico non abbia trovato sensibilità nelle due grandi potenze (e anche negli altri paesi occidentali e in dustrializzati, come pure in quelli del blocco socialista) pro prio a cagione del fatto che le categorie succitate di «moder nizzazione» e di «laicizzazione», per adoperare termini di fon te occidentale, ovvero quelle di «sviluppo» equilibrato, «inter dipendenza» economica, ecc., fanno parte di un patrimonio culturale comune sia agli Stati Uniti e ai paesi capitalisti, sia all ’ Unione Sovietica e agli Stati socialisti usciti dalle rivoluzio ni laiche, dal ’ 17 in poi. Infine, le grandi potenze hanno sbagliato nel ritenere che la rivoluzione iraniana avrebbe potuto, nel sistema degli equi libri di area del Golfo, far assumere al nuovo governo di Te heran solo tre possibili collocazioni alternative nell ’ ambito del sistema delle relazioni internazionali e si sono mosse nei con fronti unicamente di queste tre possibili varianti trascurando tutte le altre. La prima era quella «filo-americana» (restaura zione del rapporto privilegiato di Teheran e Washington: si pensi ad esempio al tentativo di Bazargan, ecc.); la seconda era quella «filo-sovietica» (vale a dire l ’ ipotesi secondo cui l ’ Iran sarebbe stato gradualmente costretto, da sanzioni eco nomiche o altro, ad allinearsi alle posizioni del Cremlino); op pure, la terza, quella del «non allineamento pacifico», di stampo titoista. Invece, la politica iraniana del «neutralismo attivo» si sta rivelando come qualcosa di diverso rispetto a tutte e tre queste ipotesi. Perché è una scelta che oggettivamente alimenta con flitti all ’ interno dell ’ area dell ’ «arco della crisi» e dà inoltre esca, in seno al sistema imperiale iraniano, a micronazionali smi interni, i quali sono a loro volta ravvivati da dissesti so cioculturali, oltre che da spinte nazionalistiche o religiose. C ’ è un intreccio di nazionalismi, di fedi religiose e anche, se vo gliamo, di differenziali culturali (urbanismo/campagna, mon- tagna/pianura, sedentarizzazione/nomadismo, ecc.), che in dubbiamente non rientrano nelle tre ipotesi previste dalle su perpotenze.
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