Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

ca ad esempio da parte di molti osservatori si diceva che il problema iraniano era più emotivo che politico, che la que stione degli ostaggi poteva essere risolta nel lungo periodo senza la necessità di concentrare tutta l ’ attività di politica este ra dell ’ amministrazione su questo specifico tema, e che invece era assai più utile lavorare per utilizzare l ’ intervento sovietico in Afghanistan in senso favorevole agli Stati Uniti, praticando una nuova politica di «contenimento» dell ’ espansione di Mo sca, ovvero trovando nelle difficoltà del Cremlino in Afghani stan un argomento per poter poi sistemare il contenzioso di tutta la zona in un rapporto bilaterale USA-URSS a vantaggio di Washington. In realtà l ’ Iran e l ’ Afghanistan sono con ogni probabilità due aspetti dello stesso problema che è quello della crisi di egemonia di entrambe le superpotenze e come tali sono per cepiti, in termini geopolitici complessivi, sia da parte della Casa Bianca sia dal Cremlino. Ricordiamoci che già in altri periodi del dopoguerra il sistema bipolare ha più di una volta consentito ad una delle due grandi potenze di approfittare del la momentanea debolezza dell ’ altra. Si pensi ad esempio, nel 1956, all ’ episodio della crisi ungherese, cui rispose il rapido colpo israeliano sull ’ Egitto appoggiato dai paracadutisti ingle si e francesi. Oppure ancora all ’ episodio coreano utilizzato in un momento in cui in Europa si cercava di modificare l ’ assetto internazionale e interno di alcuni paesi rispetto a ciò che si era stabilito dopo la seconda guerra mondiale. Anche l ’ esperienza storica dunque fa sì che non si possa considerare, a mio pare re, l ’ episodio dell ’ Afghanistan come indipendente dalla situa zione in Iran, ma che anzi l ’ uno sia funzione dell ’ altro. 9. Se è valido quindi il tipo di analisi basata sul modello del sistema bipolare, inteso come un insieme di attori interna zionali aggregati in due zone legate da rapporti di interrelazio ne molto stretti, e se si considera l ’ episodio della rivoluzione iraniana come una delle manifestazioni della crisi di un siste ma di equilibri all ’ interno di quell ’ area molto più vasta che è l ’ «arco della crisi» e l ’ oceano Indiano, allora è molto probabi le che le opzioni possibili di soluzione della crisi in atto che già cominciano a profilarsi, siano sostanzialmente due. Mi pa re inoltre si possa affermare che sia gli Stati Uniti che l ’ Unione Sovietica sembrano, sia pure tra le righe, entrambi ormai con vinti che non vi potranno essere altre soluzioni oltre a queste. La prima presuppone che si addivenga, così come è stato per l ’ Europa nel 1949-50 e per l ’ Asia orientale dopo la guerra di Indocina, a una soluzione valida per l ’ intera area, soluzione che, trasferendo alcuni equilibri dall ’ una all ’ altra superpoten za e sia pure concedendo una certa autonomia e indipendenza ai paesi della regione, permetta la definizione delle relazioni Est-Ovest e in particolare USA-URSS in una zona la cui situa zione non era stata mai definita. Tale prima ipotesi si potreb be definire come una sorta di «Yalta due», cioè un nuovo grande accordo generale bipolare che stabilisse le reciproche influenze e la latitudine complessiva dei conflitti nell ’ area, nonché lo spazio di manovra che le grandi potenze potrebbero consentire alla rivoluzione iraniana, o a qualsiasi altro feno meno conflittuale emergente nel settore. In una simile lettura,

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