Problemi della transizione 1981

L ’ Iran e le superpotenze

sia la rivoluzione iraniana sia l ’ occupazione sovietica dell ’ Af ghanistan possono essere considerate come carte di scambio nella spartizione delle rispettive sfere di influenza. La seconda alternativa, che è la più temuta dalle grandi potenze, è quella che vedesse i processi innescati dalla rivolu zione iraniana e successivamente dalle spinte contro la moder nizzazione (nazional-religiose) in altri Stati, tradursi in una se rie di esplosioni per simpatia, sia nei Paesi arabi sia in quelli non arabi come il Pakistan, facendo sfuggire alla capacità di controllo generale del sistema bipolare la conflittualità nel l ’ area. Questa seconda ipotesi potrebbe trasformare l ’ «arco della crisi» nella Sarajevo della terza guerra mondiale. In ogni caso, per il momento, alla luce del tentativo che viene svolto dalle due superpotenze, e in particolare dagli USA, sia pure con tut ti i limiti di capacità organizzativa e concettuale che la politica estera americana sta dimostrando in questo periodo, l ’ opzione di fondo che traspare dalla quotidianità delle dichiarazioni è quella di una prossima (in un periodo di tempo non prevedibi le, ma non molto lungo) definizione attorno a un tavolo nego ziale dell ’ assetto dell ’ area. Apro una breve parentesi per esemplificare come episodi e fattori di tensione possano avere un ruolo ambivalente. Si esa mini il ruolo svolto dalla presenza delle flotte militari delle due superpotenze nel mare Arabico. Nel momento in cui esse per la loro contiguità fisica si tro vano più vicine ad un ipotetico conflitto che potrebbe essere causato da un qualsiasi tipo di incidente, hanno nel contempo l ’ implicita funzione di garanzia che gli Stati dell ’ area non tra valichino certi limiti di conflittualità reciproca. Paradossal mente dunque le navi da guerra, le «cannoniere» americane e sovietiche, svolgono una doppia funzione di deterrenza: da un lato di monito, nei confronti dell ’ avversario bipolare, ma dall ’ altro lato anche di avvertimento solenne contro l ’ aggrava mento di conflitti intrarea (ad esempio l ’ attuale guerra fra Iran e Iraq). D ’ altra parte lo stesso Carter, con la decisione di inventare una nuova dottrina chiamata con il suo nome (che giudica l ’ area del Golfo di vitale importanza per gli interessi americani e quindi lasciando molto spazio alla trattativa), ha già com piuto un primo passo verso questa eventuale ipotesi di nego ziazione globale. Del resto anche con la nuova amministrazio ne Reagan, favorevole alla concentrazione degli sforzi sia geo politici che militari, l ’ attenzione verso il governo rivoluziona rio resterà uno dei pilastri della politica estera USA. Il fatto poi che la gran parte dei conflitti sia concentrata in un ’ area li mitata, se da un lato rende più esplosivo il sistema di equilibri della zona specifica dall ’ altro facilita i termini di un eventuale negoziato in quanto si tratta di un ’ agenda abbastanza defini ta, perfino geograficamente. Secondo i parametri mondialistici delle grandi potenze, una simile questione è quindi meno difficile da dirimere che non una diffusione a livello generale e su piani diversi delle conflittualità reciproche. D ’ altro canto, la stessa accensione di una crisi, forse lievitata un po ’ artificialmente, tra USA e URSS, giocata molto sulla minaccia, sul ricatto, sull ’ uso della

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