Problemi della transizione 1981

I poveri e la storiografìa

di L. Chevalier, Classi lavoratrici e classi peri colose , pubblicata a Parigi nel 1958, ma tra dotta in italiano a Bari soltanto nel 1976. Non interessa tanto di questo volume la tesi storiografica che l ’ autore tende a sostenere nell ’ arco di tutto il libro, vale a dire la neces sità di cogliere le basi biologiche della storia sociale — che ci pare uno, e non sempre il più importante, anche se può esserlo nell ’ ambito da lui prescelto, la Parigi della prima metà dell ’ ottocento, dei tanti aspetti con cui lo sto rico che si voglia occupare dei poveri deve fa re i conti. Quanto interessa invece la lucida consapevolezza, che vi si esprime, che buona parte delle fonti sui poveri manifestano la paura che i gruppi sociali dominanti hanno di essi. Ora, pur essendo vero che, nell ’ ambito spaziale e cronologico che Chevalier esamina, il tema del pericolo sociale rappresentato dai miserabili assume un ’ accentuazione particola re, non sembra azzardato ritenere che esso sia presente fin dagli inizi dell ’ età moderna, da quando alla percezione medievale del «povero di Cristo» si sostituisce quella di un povero neghittoso, ridicolo e, al contempo, minac cioso. A partire da questa considerazione, si può tentare qualche ipotesi metodologica più generale. In effetti, se le fonti sui poveri esprimono gli atteggiamenti che gli strati sociali dirigenti assumono nei confronti di gruppi ritenuti po tenzialmente in grado di rovesciare il loro po tere, si può da esse ricavare non solo, come sovente è stato fatto, la storia della mentalità delle classi dominanti, ma anche qualcosa di più: le tecniche messe in atto per evitare che, in una concreta situazione storica, la minac ciosa presenza dei poveri si traducesse da pe ricolo potenziale a realtà eversiva. Se prendia mo, ad esempio, l ’ ossessione della «grande re clusione» che percorre buona parte della mo derna storia europea, vediamo che essa non appare soltanto come strumento repressivo, esplicitamente volto al controllo sociale degli emarginati, ma anche come momento di edu cazione, di formazione sul piano civile, pro fessionale, religioso. Per i teorici della segre gazione dei poveri non si trattava solo di eli minare dalla città le turbe di questuanti che importunano i passanti, rubano, disturbano

di materiale proveniente da altri gruppi socia li. Senza voler qui analizzare il pur discutibi lissimo esito di questo procedimento, che spezza in due sfere rigidamente separate feno meni strettamente connessi 1 2 , si può notare che anche altre strade si sono battute per su perare le difficoltà inerenti a questo tipo di in dagini. A p^rte i lavori di storia economico- sociale — che, estrapolando dati quantitativi recuperabili in numerose fonti, giungono a conclusioni statistiche, a volte assai attendibi li, su andamenti complessivi della vita dei po veri — , intendiamo far riferimento a opere che hanno avuto grande risonanza, come quella di J. Kaplow, I lavoratori poveri nella Parigi pre-rivoluzionaria, Bologna 1976 o quella di C. Ginzburg, Il formaggio e i vermi , Torino 1976. Qui, nella convinzione che le armi critiche dello storico fossero sufficienti a decodificare la cifra interpretativa presente in documenti provenienti da gruppi dominanti storicamente determinati — e non dall ’ astrat ta «società» cui fa riferimento il Gutton — , si è direttamente puntato alla descrizione della realtà dei ceti subordinati. E tuttavia gli esiti, pur brillanti e riusciti, di questi studi non sfuggono ad osservazioni — per il libro del Kaplow: può davvero essere così statica la condizione materiale e la soggettività dei la voratori d ’ antico regime come la documenta zione utilizzata gli fa rappresentare?; per quello di Ginzburg: un caso limite, come quello del mugnaio-intellettuale, può aver si gnificato al di là di una singola, interessante, ma irripetibile individualità? — , che ripro pongono la questione di fondo: è afferrabile, a livello storiografico, un mondo di cui abbia mo notizia attraverso sedimentazioni mediate da chi ad esso era totalmente estraneo? Ora, pur senza negare l ’ apporto reale che può venire tanto dalla prospettiva più stretta- mente storico-istituzionale, quanto dagli sfor zi di giungere ad una rappresentazione con creta dei poveri — anzi, sottolineando l ’ utilità di tali lavori e gli stimoli che comunque essi forniscono — , notevoli possibilità conoscitive sembrano offerte da una impostazione meto dologica che non ha forse ancora trovato suf ficiente ed adeguato sviluppo. Conviene a questo proposito richiamare un ’ opera, quella

1 J. P. G utton , La società e i pove ri, Milano 1977. 2 Per un ’ acuta nota critica rinvio a L. D onvito , M. R osa , Pauperismo, ca rità e assistenza pubblica in Francia e in Italia nell ’ età moderna, «Quaderni storici», I, 1974, pp. 914-919.

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