Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

le funzioni religiose, ecc., ma si trattava an che di ottenere, con la reclusione, l ’ adesione ai valori della cultura dominante, in modo da poter restituire alla società sostenitori dell ’ or dine costituito. Sono ben note le resistenze dei poveri a procedimenti che, a ragione, loro ap parivano un vero e proprio imprigionamento; ma non è privo di significato che, in tutti i re soconti dell ’ apertura dei reclusori, vi sia un elemento costante: il povero manifesta il suo consenso alla segregazione. Al di là dello sco po propagandistico, certamente presente in tali narrazioni, si palesa qui l ’ obiettivo che i gruppi dominanti intendono perseguire, l ’ ade sione dell ’ emarginato al sistema di valori esi stenti. In tal modo l ’ adozione di misure assi stenziali pare dettata da una logica precisa: sovvenire bisogni immediati del povero a con dizione che egli proceda all ’ interiorizzazione di certi valori o, quanto meno, tenga determi nati comportamenti ad essi conformi. È vero che tali misure, perpetuando, in definitiva, la situazione di discriminazione e di inferiorità sul piano politico ed economico in cui si tro vano i poveri — né potrebbe essere altrimen ti, a meno che i gruppi dominanti non voles sero negarsi in quanto tali — , svelano in pri mo luogo la falsa coscienza di chi le assume. Ma una loro analisi attenta e serrata mostra, e la cosa ci appare assai interessante, il modo in cui si risponde, con una organizzazione del consenso ritenuta adeguata, alla forma speci fica del pericolo sociale che i poveri rappre sentano in una situazione concreta. Certo, in tal modo, non perveniamo ancora alla cono scenza della vita concreta, materiale e cultu rale dei poveri, ma, individuando nell ’ assi stenza e nel suo dispiegarsi storico il vario modo di organizzare il consenso dei subordi nati, possiamo cogliere tuttavia il significato complessivo della presenza dei poveri in un determinato contesto sociale. 3. Si tratta, ovviamente, di suggestioni bi sognose di approfondimenti e verifica nella concreta realtà della ricerca. Vorremmo tut tavia fare un esempio che, pur necessitando di più precise determinazioni storiche, appare comunque significativo. E noto che la più compiuta elaborazione di un progetto di

«grande reclusione» agli inizi dell ’ età moder na — che segna in qualche modo uno spar tiacque — è quello dell ’ umanista di origine spagnola L. Vivès, De subventione paupe- rum, pubblicato a Bruges nel 1526 3 . L ’ impo stazione del Vivès — censimento dei poveri, segregazione in ospizi, costrizione al lavoro — trova varia applicazione nell ’ arco dell ’ età moderna, finché, sullo scorcio del Settecento, matura la consapevolezza dell ’ inaccettabilità del metodo. Tra i più significativi testi che esprimono questo rifiuto si possono ricordare quelli redatti nei ducati estensi da L. Ricci e collaboratori 4 . Qui si propone di trasformare gli ospizi in cui si rinchiudevano i poveri in «alberghi delle arti», dove privati imprendito ri, ai quali vengono dirottate parte delle sov venzioni che lo Stato precedentemente eroga va a favore della pubblica carità, avrebbero impiegato in attività industriali poveri stimo lati ad uscire dalla loro condizione dall ’ offerta di salari più consistenti dell ’ elemosina gover nativa. Il progetto del Ricci presenta dunque una mutazione significativa rispetto a quello del Vivès: al problema pauperistico continua a farsi fronte avviando i miserabili al lavoro, ma, anziché impiegarli in pubbliche istituzio ni, si trasforma il povero in proletario alle di pendenze di un imprenditore, cui lo stato fa pervenire sussidi. E evidente che questa nuo va concezione risente fortemente della cultura dei «lumi», restituendoci la mentalità di una classe dirigente settecentesca. Ma, dal con fronto tra le due, si possono ricavare altre considerazioni non prive di interesse. In primo luogo cambia il modo in cui si pensa di poter guadagnare il consenso dei po veri alle classi dominanti. In effetti il progetto del Vivès prevedeva che agli assistiti nel reclu sorio si insegnassero i valori cristiani cui si ispirava il suo stesso scritto. Si trattava, in realtà, di una ideologia religiosa incentrata sulla tesi che il cristianesimo richiedeva sì l ’ as sistenza ai bisognosi, ma era ormai incompa tibile con quel principio, che aveva sostenuto alle sue origini, secondo cui «tutte le cose so no comuni», e soprattutto insegnava ai poveri lo stretto obbligo di rispettare l ’ ordine costi tuito, in una rassegnata attesa dell ’ inevitabile premio ultraterreno. Il testo dell ’ umanista ha

3 Ed. it. a cura di A. Saitta, Firenze 1973. 4 Riforma degli istituti pii della città di Modena, Modena 1787; Riforma degli istituti pii della città di Reggio, Biblioteca Comunale di Reggio Emi

lia, Miscellanea reggiana, ms. B/25.

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