Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

com ’ è nota ad un approccio ancora superfi ciale, mostra in primo luogo l ’ inquietudine di una coscienza cristiana davanti ad una chiesa che, pur canalizzando l ’ ansia di povertà evan gelica all ’ interno di apposite istituzioni sepa rate dal resto della comunità ecclesiale, non solo si mantiene a livello generale ricca e soli dale con il potere, ma, in quel momento spe cifico, sullo scorcio del Settecento, si apre, in diversi suoi settori e ambienti, a recepire le suggestioni della cultura illuministica, avvian dosi a sostituire, come interlocutore privile giato, il ricco borghese all ’ aristocratico. E, pur senza voler maggiorare eccessivamente il caso del Labre, la sua santificazione a furore di popolo, sembra indicativa della profonda consonanza che s ’ instaura tra le sue scelte e le esigenze di più larghi strati e settori sociali. Sicché la sua opzione a favore di una povertà volontaria, da viversi al di fuori dei previsti canali istituzionali, manifesta l ’ emergere di aspirazioni che restituiscono alla storia della chiesa una sua dialettica più complessa e arti colata di quanto normalmente non risulti dal le ricostruzioni che ne esaminano l ’ intervento sull ’ assistenza: accanto alla chiesa che nell ’ età moderna gestisce con tranquilla coscienza le sue secolari istituzioni assistenziali, si affianca qui l ’ immagine di una chiesa/popolo che fa di un diverso rapporto con i beni economici il punto cruciale dell ’ esperienza religiosa. Anche in questo caso occorrerebbe dare al discorso ulteriori articolazioni, ma l ’ esempio, per quanto modesto, appare significativo di una prospettiva che non è opportuno trascurare nello sviluppo degli studi sui poveri. D ’ altra parte le scelte di questo «santo della strada» — ma la considerazione potrebbe al largarsi a numerosi altri casi di «poveri vo lontari» — assumono valenze che trascendo no la storia religiosa per riallacciarsi a quella civile. La sua vicenda si iscrive infatti in un contesto storico in cui il disprezzo verso la povertà — che trova le sue radici già nell ’ umanesimo — si esplicita non solo sul piano economico-fattuale, attraverso la crea zione di meccanismi produttivi destinati ad incrementare rapidamente la quantità di ric chezza disponibile, ma anche sul piano cultu rale, attraverso la tendenza a presentare l ’ opulenza, comunque raggiunta, un fatto po sitivo per l ’ insieme della società. La scelta vo lontaria di un tenore di vita che suscita ribrez zo all ’ «onesto uomo borghese» — e a questo proposito le testimonianze relative al Labre sono numerose e significative — non appare

allora solo come lo scandalo suscitato da una radicale opzione religiosa davanti ai poteri costituiti, ma, più latamente, richiama ai reali livelli minimi di sussistenza una società che si orienta a considerare la produzione di opu lenza come un valore — indipendente dai suoi costi e dai criteri con cui avviene la spartizio ne sociale del prodotto — . Anche senza voler generalizzare le osservazioni di Engels ne La guerra dei contadini in Germania sul signifi cato politico e sociale dell ’ « ascetismo proleta rio-plebeo», si può dire che un ’ attenta analisi della povertà volontaria restituisce in qualche modo il divario intercorrente tra le necessità di un ’ esistenza concreta e il valore che la cul tura dominante attribuisce, in un determinato contesto storico, alla ricchezza. Una acquisi zione conoscitiva, questa, che non appare tra scurabile in un momento in cui sempre più urgentemente si pone il problema di ricostrui re la coscienza della potenzialità di negazione dell ’ esistente implicite in una scelta di austeri tà. 5. Una terza, ed ultima, considerazione si può fare circa gli interventi presentati a Cre mona: la scarsa attenzione al modo in cui le chiese hanno storicamente affrontato il pro blema dei poveri. Per la verità, una delle rela zioni più dense e brillanti, quella di B. Pullan, s ’ incentrava proprio sull ’ analisi del rapporto che «il nuovo cattolicesimo » della Controri forma instaurava col mondo dei poveri: le as sociazioni religiose dedite all ’ assistenza passa no dalla preoccupazione, più diffusa nel Me dioevo, di aiutare i . loro membri, ad una proiezione esterna, dinamica ed aggressiva, caratterizzata da una volontà di salvare i mi serabili dal peccato che si traduce nell ’ istanza di mutarne comportamenti e mentalità. Si può tuttavia notare, in primo luogo, che il tema del rapporto chiesa/poveri ha una ric chezza di implicazioni, per la storia religiosa come per quella civile, che trascende l ’ ambito cronologico che al convegno è stato conside rato. Si pensi soltanto, ad esempio, alla seco larizzazione di pratiche della pietà controri formata che avviene all ’ interno dello stato lai co, senza adeguata consapevolezza della loro origine, tanto da essere talora presentate co me elemento innovativo da contrapporre alla beneficenza di stampo cristiano. Ma non pos siamo qui soffermarci su tutti i momenti e gli aspetti degni di attenzione. Rinvierei perciò, in generale, per una prima recensione dei pro blemi, al saggio, talora discutibile ed anche

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