Problemi della transizione 1981

Dopo il terremoto

resto del Paese è legata in Italia alla sopravvivenza e allo stes so sviluppo dell ’ armatura urbana policentrica che le vicende storiche ci hanno lasciato in eredità e che rappresenta «la più solida e sottovalutata struttura economica e sociale di cui la nazione dispone» 7 . Nel Mezzogiorno la rete delle «cento cit tà» è certamente più debole che nel centro-nord, ma è presen te a produrre reddito, a raccogliere risparmio, a realizzare l ’ indispensabile raccordo con il retroterra agricolo. Di fronte ad essa sta una metropoli dove la congestione è più demografica e abitativa, che produttiva: anche se non si può dimenticare che Napoli resta, con tutti i suoi squilibri, uno dei maggiori poli industriali del Paese. Ma a Napoli il ter ziario, elemento caratteristico delle metropoli, si sviluppa for temente in direzione parassitarla; a Napoli prolifera «l ’ econo mia del vicolo», che sostenta precariamente una parte consi derevole della popolazione e che, contraddittoriamente, lega le vittime di questa situazione alla congestione e all ’ infima condizione urbana che ne deriva. «Per Napoli, ripristinare la situazione preterremoto nei quartieri centrali è probabilmente impossibile, data l ’ estensio ne del dissesto. La scelta di decongestionare la città appare perciò quasi obbligata» 8 . Anche per Napoli,dunque, come per le altre metropoli, si rende necessario un processo di decentra mento e di riequilibrio territoriale a scala regionale, che punti sulle città e sui centri minori fino ad intrecciare un rapporto più stretto con le stesse campagne. A Napoli però, anche più che altrove, è necessario guardarsi da un decentramento di se gno tipicamente capitalista, quello che esporta nel retroterra solo le contraddizioni e le «funzioni povere» della metropoli, producendo a scala diversa nuovi e talvolta peggiori squilibri. Napoli ha già conosciuto, per prima fra le città italiane, questo tipo di decentramento capitalista; quasi un secolo fa, dopo l ’ epidemia di colera del 1884, all ’ insegna del «Risana mento» il ventre povero della città fu squarciato e le demoli zioni che permisero di realizzare il «Rettifilo» provocarono l ’ espulsione dalla città di quasi un sesto della popolazione. Il posto degli abituri demoliti non fu però preso dal sole, dal verde, dai servizi cittadini, ma da alti palazzi borghesi per abi tazioni ed uffici: e tutto si concluse con una clamorosa e scan dalosa speculazione immobiliare, sulla pelle del popolo napo letano. All ’ economia del vicolo metropolitana bisogna dunque contrapporre un ’ economia produttiva aperta nel territorio re gionale e garantita dalla diffusione regionale di una nuova qualità urbana, che, per altro, neppure Napoli oggi conosce. Non solo, ma il decongestionamento deve essere reale: i vuoti aperti o resi necessari dagli effetti del terremoto, il risanamen to edilizio — parola da usare con molta attenzione a Napoli, ricordando gli scempi di un secolo fa — , non devono in alcun modo consentire la sostituzione di abitazioni lesionate o mal

8 M ariano D ’ A ntonio , Quali scel te per il dopo-terremoto, su Politica ed Economia n. 1/1981.

7 G iuseppe C ampos V enuti , Rela zione al 6° Simposio del Consiglio d ’ Europa sui Centri Storici, Ferrara 1978.

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