Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

assistenziale e interventistico è, per almeno una buona parte, al servizio della continuità di quel modello sociale capitalistico e non rappresenta, in ogni caso, una struttura autonoma il cui funzionamento possa essere pensato anche senza il fondamen to del profitto e del lavoro salariato «libero». Con tutto que sto non voglio certo minimizzare il fatto che lo Stato assisten ziale e interventista presenti, contraddittoriamente, delle ten denze a turbare e perfino a paralizzare parzialmente il proces so di riproduzione capitalistico piuttosto che fargli da suppor to. Per quel che riguarda il secondo punto — la prospettiva di tendenze trasformative — è ormai assai dubbio che il conflitto di classe tra borghesia e proletariato sia effettivamente ancora in grado di produrre la forza esplosiva attribuitagli dalle dot trine classiche del movimento socialista. Allo scetticismo, cer tamente giustificato, che in questo interrogativo si esprime, può essere naturalmente obiettato che, sulla base del modo di produzione capitalistico e delle forme politiche che gli corri spondono, non è mai stata finora realizzata una stabile armo nizzazione, o anche solo istituzionalizzazione, dei conflitti so ciali; che i fronti su cui si sono dislocati tali conflitti possono essere interpretati come la risultante dello spostamento di conflitti operato dal processo economico, politico e culturale di modernizzazione capitalistica; e infine che oggi nessuno sembra in grado di pensare un modo di comporre i molteplici e spesso disparati conflitti all ’ interno della sfera della produ zione e della riproduzione, che al tempo stesso non coinvolga le strutture di fondo della socializzazione capitalistica: il pro fitto e il lavoro salariato libero. Penso comunque che gli argomenti, cui si è qui schemati camente accennato, siano ancor oggi convincenti quanto ba sta per consentirci di definire «capitalistica» la società con temporanea, anche se da questo concetto non si possono ov viamente ricavare tout court delle ipotesi immediate sui mo menti, sulle forze trainanti, i risultati o le strategie della tra sformazione. Marramao — Nei tuoi interventi più spiccatamente teorico-politici hai molto opportunamente criticato il perma nere di una pervicace ottica statalistica nelle idee di «transizio ne» presenti nelle due ali maggioritarie del movimento ope raio europeo: socialdemocrazia e comuniSmo. In proposito volevo farti due domande: 1) In che senso è possibile parlare di due tradizioni teorico-pratiche così diverse (e, nel periodo fra le due guerre, così aspramente contrapposte) come di varianti di una pura matrice «statalista»? 2) Se è vero che bisogna criticare — per la sua aporeticità e illusorietà pratica — la concezione per cui l ’ espansione del settore «pubblico» equivarrebbe a un incre mento del tasso di socialismo, non è ingenuo limitarsi a con trapporre a questa visione della transizione «dall ’ alto» la pro spettiva «dal basso» di una democrazia consiliare o autoge- stionaria? Non è questa concezione altrettanto «evoluzionisti ca» di quella statalista, presupponendo un ’ espansione della politica a macchia d ’ olio e una realizzazione del socialismo in dosi omeopatiche?

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