Problemi della transizione 1981
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
condizioni di normalità politica (ciò che sottintende copertu re, complicità e alleanze ad alto livello statale). La seconda riflessione si riferisce alle conseguenze che i ri petuti atti terroristici impongono al nostro vivere civile. In nanzitutto: restrizione degli spazi del dissenso (quindi spazi democratici) attraverso l ’ immediata criminalizzazione del dis senso stesso; congelamento della partecipazione di massa alle decisioni dei vertici; creazione strisciante di piccoli o grandi lager, dai quali, se si entra come «presunti terroristi», certa mente si esce come «terroristi finiti». Mi pare che questo par ticolare capitolo non sia stato sufficientemente considerato anche dalla stessa sinistra, garantista o no: voglio dire che, con lo spettro (pur tragicamente reale) del terrorismo, si corre il rischio di lasciare ad alcuni apparati dello Stato (sulla cui fe deltà al dettato costituzionale spesso si deve ancora discutere) di decidere, anche in assenza o in attesa di processo, chi sia o chi non sia un terrorista, quindi dal punto di vista giuridico — e non politico — un criminale è criminale in quanto abbia compiuto atti lesivi della vita altrui o in grado di ledere l ’ altrui sicurezza. Da questo punto di vista, dunque, il terrorismo (e qui mi riferisco al terrorismo siglato con il colore rosso), anziché aprire spazi liberatori ai movimenti di massa, li ha ristretti paurosamente: sicché potremmo concludere che l ’ eversione di sinistra si è offerta come strumento efficacissimo alle forze reazionarie che ancora tanto potere hanno nel nostro paese. Si è offerta spontaneamente, o vi è stata indotta? La domanda politicamente più importante — anche per comprendere il fe nomeno eversivo — mi sembra sia questa oggi, anche se chi ha risposto preferendo la seconda ipotesi, troppo spesso è sta to tacciato di «fantapolitica». Personalmente (e non è da oggi) sono per questa seconda ipotesi: penso, cioè, che i più tragici e grandi eventi terroristici siano da considerarsi grandi affari di questo sistema politico. Vale innanzitutto un ’ osservazione: abbiamo accettato questa tesi (e l ’ abbiamo accolta tranquilla mente, senza tante discussioni) quando essa è stata riferita al l ’ eversione fascista: non vedo perché non debba essere pari- menti accolta quando riferita all ’ eversione di sinistra, visto che poi, nella pratica, le azioni del terrorismo cosiddetto rosso creano quelle conseguenze di segno diametralmente opposto alla direzione che viene programmaticamente illustrata dai proclami. Non nego che ci sia anche uno spontaneismo arma to, ma nego che questo spontaneismo possa condurre a opera zioni che hanno risvolti sottilmente utili al sistema politico in cui viviamo e che cerchiamo di trasformare. Già abbiamo avuto modo di osservare su queste stesse co lonne (lo scorso anno di questi giorni, «Problemi della Transi zione», n. 3) come sia interessante analizzare la continuità dell ’ eversione, nera o rossa che sia, e l ’ alternanza di colore che il terrorismo assume di volta in volta. Ricordiamone a grandi linee le tappe fondamentali: 1969-1974: terrorismo nero, 1975-1980: terrorismo rosso, non dimenticando come il ri cambio automatico (tra terrorismo nero e rosso, nel 1974-75) sia avvenuto in concomitanza con la reclusione di tutto il gruppo definito dei «leaders storici delle Brigate rosse», al quale 1 giudice padovano Calogero ha ristretto la responsabili-
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