Problemi della transizione 1981

La tela del terrorismo

tà globale attribuendogli soltanto la primitiva «direzione mili tare» dell BR, sottintendendo in tal modo l ’ esistenza di una diversa «direzione strategica», tuttora sconosciuta, in grado di pilotare i «militari» nelle loro operazioni di guerriglia. Sarà bene ora osservare il manifestarsi di un nuovo feno meno. Abbiamo già visto come le prime due fasi terroristiche (1969-74, 1974-79) abbiano avuto una loro connotazione co mune: nella prima, corrispondente alla fine del centro-sinistra «nenniano», erano completamente assenti le sigle rosse (pre senti soltanto con azioni programmatiche o dimostrative o di fensive, periodo concluso con il duplice assassinio di due mis sini a Padova nel 1974, assassinio rivendicato, dopo furiosa discussione interna, da Curcio stesso); nella seconda, contras segnata dalla politica del compromesso storico e della solida rietà nazionale, erano del tutto assenti le sigle nere. Per questo, lo scorso anno, considerammo chiusa la secon da fase del terrorismo (chiusa in concomitanza con il passag gio del PCI nuovamente all ’ opposizione), fase liquidata me diante le confessioni dei vari «pentiti». Ma, considerando il terrorismo un fenomeno unico, afferente, cioè, a un solo dise gno politico di destabilizzazione democratica, avanzai l ’ ipotesi che, anziché di una sconfitta globale del terrorismo, si dovesse meglio parlare dell ’ apertura di una terza fase, diversa — come strategia e come tattica — dalle prime due. Previsione — purtroppo avveratasi — alla quale mancava soltanto il supporto della conoscenza dei piani eversivi: mi do mandavo, infatti, quali azioni terroristiche sarebbero state realizzate in questa terza fase. Il ragionamento, insomma, era questo: se il programma terroristico ha una sua direzione oc culta (e unica), se la strategia globale è quella della destabiliz zazione democratica, al di là del colore, nero o rosso, al di là delle sigle di riconoscimento (valevoli per disorientare, o me glio orientare il grande pubblico), è necessario considerare la violenza politica (ma solo quella politica?) una costante della nostra vita nazionale, dal momento che, nonostante tutto, la destabilizzazione democratica non è ancora avvenuta. Il fenomeno nuovo, quello che sembra contrassegnare que sta terza fase, e al quale abbiamo accennato, si riferisce all ’ al- ternarsi, senza soluzione di continuità, nel 1980, di azioni ter roristiche rosse e nere. Tanto per ricordarle: uccisione del giornalista Tobagi, dell ’ agente di PS Evangelista, del giudice Amato, strage di Bologna, e quindi ripresa dei «rossi» (dopo V estate nera) con l ’ omicidio Galvaligi e il sequestro d ’ Urso. Tutte operazioni, si badi, interdipendenti, o meglio parallele: mai una sola interferenza, mai uno scontro. Tutte, comun que, indirizzate a un unico fine (la destabilizzazione democra tica, appunto) rivendicato sia con comunicati, sia con più am pie risoluzioni strategiche. «Rossi» e «Neri», dunque, appaio no, da questo punto di vista, perfettamente inseriti in quel so lo disegno (pur ipotetico) da noi considerato come costante politica di questo periodo storico, dal quale uscirà mutata la struttura economico-politica non solo del nostro paese, ma di tutta la società umana, una società che le forze reazionarie vorrebbero condizionata alle decisioni di pochi esperti, giusto quanto venne a dire proprio a Bologna (nel giugno scorso, in un convengo alla John Hopkins University), l ’ ambasciatore

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