Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

americano Gardner, il quale parlò diffusamente di questi «esperti» definendoli appropriamente «architetti dell ’ ordine del 2000»: una visione, cioè, che contrasta vivacemente con chi considera la partecipazione di massa condizione irrinun ciabile per la creazione di rapporti umani impostati su una pluralità decisionale decentrata. Per quanto riguarda l ’ Italia, il tentativo di mantenere in al to il livello decisionale — con qualsiasi mezzo — risale stori camente, di fronte all ’ incalzare della presa di coscienza di massa, al governo Tambroni, cioè al 1960, il primo vero ten tativo di colpo di stato all ’ italiana, forse il più serio di tutti gli altri di cui si è vociferato, clamorosamente fallito per la rea zione della classe operaia, anche in presenza della furiosa e sanguinosa repressione poliziesca attuata a Reggio Emilia. Rappresentò, il governo Tambroni, il «sogno» del golpismo di destra, il quale, tuttavia, da quell ’ esperienza per esso nega tiva, trasse un importante insegnamento: nel nostro paese non esistevano, e non esistono ancora, le condizioni per imporre, per via parlamentare, un governo para-fascista. Esperienza rinnovatasi nel 1973 con il centro-destra andreottiano, al qua le seguì una larga convergenza a sinistra nel ’ 75 e nel ’ 76: più che di una «convergenza», anzi, è necessario parlare, per que gli anni, di ampio movimento laico e democratico, che si con solidò attorno al PCI. Ma, proprio nel momento in cui quel movimento sembra va poter rovesciare una logica politica di potere ormai tren tennale, ecco non soltanto da destra, ma in molti settori del l ’ estrema sinistra (più facilmente influenzabile e strumentaliz zabile) nascere larghi spazi di contestazione a quello che venne definito, tout court, il nuovo regime democristiano-comuni sta. Ciò che stupisce, in quanto avvenne allora, è, tutavia, un fatto di notevole importanza: ancorché si fossero aperte — dopo il ’ 68- ’ 69 — larghe brecce per affermare un movimento democratico (al quale partecipavano sia la classe operaia, sia le classi medie, segnatamente gli intellettuali), con decisione interna — e dobbiamo presumere autonoma — vari gruppi dell ’ estrema sinistra si dissolsero o per disperdersi in aree con testatrici senza alcun progetto politico, o per creare nuclei mi litarizzati, verticistici, dai quali prese forma il cosiddetto «partito armato»: insomma, nel momento in cui le lotte dal ’ 68- ’ 69 potevano tentare di imporre un nuovo sistema sociale, furono proprio alcuni dei maggiori protagonisti di quelle lotte (e, oggi, si dice di quell ’ fttopù?) ad abbandonare il movimento di piazza per procedere sulla strada della lotta armata. Si dice: avvenne perché quel movimento fu criminalizzato. Ma, se andiamo a rivedere gli avvenimenti, ci accorgiamo che la criminalizzazione del dissenso è avvenuta soltanto dopo che il partito armato aveva realizzato alcune imprese terroristiche. E non dimentichiamo che, in quegli anni, anche nei nostri tri bunali, nella stessa magistratura, stava avanzando, faticosa mente ma sicuramente, una presa di coscienza democratica, tale da imporre (e molte sentenze lo confermano) una diversa, nuova interpretazione delle leggi e dei codici in favore dei la voratori. Sembra quasi, a rileggere la storia di quegli anni, che alcune forze sessantottesche, ormai sull ’ orlo di una vittoria, sia pure programmatica e di pensiero, abbiano deciso maso-

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