Problemi della transizione 1981
La tela del terrorismo
corti, più sensibili ai cambiamenti di una società in evoluzio ne, uomini capaci di anticipare i tempi: il terrorismo di destra (cioè, il colpo di Stato fascista) non poteva avere successo nel la società italiana, ecco dunque lasciare libero sfogo al terrori smo di sinistra e all ’ impossibile (perché già preventivamente studiata e strumentalizzata) «rivoluzione rossa». La crisi aper tasi nei gruppi extraparlamentari di sinistra, gli spazi apertisi in questi settori, offrivano la condizione ottimale per il ricam bio di una strategia sapientemente restauratrice. Era necessa ria una sola operazione: il ricambio — in questi settori «rivo luzionari» — di certi uomini (convinti leninisti) con altri capa ci di navigare in una situazione fluttuante e, comunque, inse riti nei?establishment dell ’ intellighentia italiana, coloro che (lo notammo lo scorso anno) i primitivi leaders delle BR hanno definito «signorini infiltrati». Inseriti direttamente nel cuore del potere, o del sistema (dal quale hanno ricevuto anche importanti incarichi e pre bende), questi uomini hanno assicurato al «nuovo disegno» intanto una bandiera, sia pur logora, rivoluzionaria e, quindi, il distacco definitivo, abissale dalla popolazione che lavora, chiamata soltanto a partecipare — sempre da fuori — dopo che le varie operazioni terroristiche si erano realizzate: una lo ro partecipazione, infatti, a un processo rivoluzionario sareb be stato — e sarebbe — non soltanto inopportuno, ma danno so. Da qui quell ’ impressione diffusa in larghi strati della po polazione di assistere dalla platea a giuochi e rappresentazioni realizzati, come in un palcoscenico, da sapienti registi con la partecipazione, di volta in volta, di attori noti o conosciuti. Ricorro ancora una volta al giornalista defunto Pecorelli, uno dei pochi che, per la sua stessa posizione, ha potuto de scrivere dall ’ interno certi giuochi. Dopo aver osservato che la «battaglia politica in Italia si fa per bande», Pecorelli scrisse, a proposito del sequestro Moro («OP», 2 maggio 1978): «Il cervello direttivo che ha organizzato la cattura di Moro non ha niente a che vedere con le Brigate Rosse tradizionali. Il commando di via Fani esprime in forma desueta ma efficace la nuova strategia politica italiana». Quindi: «La terribile prova cui è stato sottoposto Moro, sotto il profilo politico, potrebbe persino risultare utile al Paese. Tacito scrisse che l ’ uccisione di Cesare sembrò ad alcuni un efferato delitto, ad altri un fau stissimo evento. Duemila anni dopo, il rapimento di Moro potrà risultare un faustissimo evento solo se sarà servito ad in vertire l ’ attuale tendenza che spinge de e pei verso una pro gressiva integrazione che egemonizza la vita politica italiana». E ancor più chiaramente: «I rapitori di Aldo Moro non hanno nulla a che spartire con le Brigate Rosse comunemente note. Curcio e compagni non hanno nulla a che fare con il grande fatto politico-tecnicistico del sequestro Moro. La ri chiesta di uno scambio di prigionieri poltici, avanzata dai cu stodi del presidente democristiano, rappresenta un espediente per tenere calmi i brigatisti di Torino e per scongiurare loro tempestive confessioni, dichiarazioni sulle trame che si stanno tessendo sopra le loro teste. Curcio e Franceschini in questa fase debbono fornire a quelli che ritengono occasionali alleati una credibile copertura agli occhi delle masse italiane». Più avanti — sullo stesso numero di «OP» — Pecorelli lan
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