Problemi della transizione 1981
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
dava un altro messaggio, destinato a chi poteva comprendere, non certo alla massa «Rompendo il fronte attendista che rifiu ta di trattare, il psi lancia un messaggio e un ultimatum alla democrazia cristiana. Per il bene del paese, c ’ è da augurarsi che questo partito comprenda che trattare con Craxi e con i custodi di Moro non significa in alcun modo favorire l ’ evasio ne di Curcio o l ’ instaurazione dell ’ anarchia». Precisando: «Ec co così spiegata anche la posizione di Craxi, che sta facendo fuoco e fiamme pur di riuscire ad avviare le trattative con i cu stodi dell ’ on. Moro. E questo l ’ unico modo, sufficientemente clamoroso per dare una praticabilità istituzionale alla svolta politica decisa per l ’ Italia a livello internazionale». Si badi: Pecorelli non era un commentatore politico, era un uomo del vecchio Sid. In una notizia pubblicata sempre dal suo settimanale nel 1974 chiedeva soltanto che il «Servizio (il Sid) e l ’ Agenzia (l ’ Agenzia “ OP ” collaterale al settimanale) possano costituire due corpi separati tra loro»! Pecorelli, cioè, lamentava il fatto che la sua attività non fosse sufficientemen te autonoma da quella dei servizi di sicurezza. Non parlava tanto per parlare, dunque, né soltanto per ri cattare, come ci vogliono far credere. Faceva parte di una del le «bande» del potere e si presume sia stato eliminato quando decise di alzare troppo il tiro e a suo favore. Mi pare, comunque, che la sua interpretazione dei fatti fosse sufficientemente esatta, da un punto di vista politico, l ’ unica veramente affidabile, soprattutto a ragione delle cono scenze dirette della situazione che Pecorelli aveva e dimostrava di avere. Una interpretazione, d ’ altra parte, utile anche a comprendere la situazione d ’ oggi, di fronte al sequestro D ’ Ur- so, al quale l ’ omicidio del generale Galvaligi (così come l ’ omi cidio della scorta di Moro) deve offrire una chiave d ’ interpre tazione «rivoluzionaria». Il largo settore «trattativista» — ben più vasto di quello dei tempi del rapimento Moro — ripropone in modo ancor più clamoroso questa strategia (o alternativa politica). Sempre più sfuocate sono state le comparse — le Brigate Rosse comu nemente note, per ripetere una frase di Pecorelli — chiamate a far da sfondo folkloristico con la loro patetica rivolta carcera ria, quando già il carcere speciale dell ’ Asinara veniva evacua to, quando i giuochi avvenivano ben lontani da loro, così co me lo stesso Curcio ha fatto intendere attraverso le dichiara zioni dei suoi legali. Una strategia che il «blitz» radicale nelle carceri (con tutte le forzature cui abbiamo assistito e, peraltro, contraddette da gli stessi difensori dei brigatisti incarcerati) ha reso ancor più palese e inquietante. Una strategia nella quale, oggi più che in passato, si possono leggere strani e misteriosi legami tra il «si stema», il suo apparato di facciata (cioè, alcuni mass media} e sedicenti rivoluzionari ben inseriti nella logica di potere. In questo panorama, attenzione, non è comparso mai una volta un uomo che riesce a far opinione, pur essendo nella scomoda posizione di recluso: il professore Toni Negri, il quale ha voluto chiaramente chiamarsi fuori da quella rivolta di parata avvenuta a Trani. Negri, appunto: uno dei perso naggi emergenti del periodo ’ 74- ’ 75, quando si rese necessario emarginare (con la carcerazione) uomini che non garantivano
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