Problemi della transizione 1981
La tela del terrorismo
una destabilizzazione in senso moderato nella pratica, ma ri voluzionaria nelle parole e negli slogans. In questo senso — certamente — il sequestro D ’ Urso ripe te il sequestro Moro, ma in una situazione ben diversa: direi ben preparata anche da una strage di marca fascista (Bologna, 2 agosto), che non ha suscitato reazione alcuna tra i cosiddetti rivoluzionari rossi, quelli che, secondo le sigle attraverso le quali si appalesano, attendono dallo Stato la legittimazione combattentistica. Ed è la prima volta nella Storia — se non andiamo errati — che i combattenti rivoluzionari attendono una legittimazione dallo Stato che affermano di combattere: o, almeno, è senza dubbio la prima volta che da parte di lar ghi settori del sistema di potere si tenta di far legittimare dallo Stato quelli che dovrebbero essere i suoi naturali nemici. C ’ è un passo dell ’ intervista di Scialoja sull ’ «Espresso» al brigatista sconosciuto sul quale vale la pena di soffermarsi. Dice l ’ intervistato: «Quelle che sono entrate in crisi sono state le linee spontaneiste e militariste e con esse quelle frange che facevano riferimento alla lotta armata, che non hanno saputo comprendere le mutate condizioni dello scontro». Domandia moci: se sono entrate in crisi le forze «spontaneiste e militari ste» del «Partito Comunista Combattente», da chi è formato quel perfetto esercito di terroristi, capace di disarticolare con una limitata operazione di guerriglia un ’ organizzazione sta tale? L ’ interrogativo non è ozioso, ma ha ricevuto finora rispo ste di parte, cioè interessate, non sostenute, dunque, da una seria analisi sociale e, perché no? r anche storica degli avveni menti. E qui mi riferisco (e mi fermo) all ’ esempio più clamo roso accaduto all ’ inizio di quest ’ anno a seguito dell ’ « affare D ’ Urso»: le polemiche suscitate dalle dichiarazioni di Pertini sui «santuari esteri» del terrorismo italiano. Mi pare inutile tentare una nuova esegesi delle affermazioni del Presidente della Repubblica, interessa soltanto sottolineare ancora una volta la strumentalità delle polemiche e degli attacchi indiriz zati nei confronti dell ’ URSS e della Cecoslovacchia (senza per questo voler impostare una difesa aprioristica, e quindi anche essa di parte, di questi due Paesi). Mi sembra, in altri termini, che la frase di Pertini sia servita, quasi fosse un segnale (atteso o no non importa), a scatenare forze che non aspettavano al tro per riesumare antiche ed equivoche equazioni, secondo le quali rivoluzione (socialista) è uguale a terrorismo e viceversa, equivoco, che, d ’ altra parte, ha rappresentato anche il terreno di coltura al quale hanno attinto le loro strategie borghesi molti giovani (di sinistra o di destra) della generazione dell ’ ul timo decennio. Quell ’ equazione, ricordiamolo, che ha permesso all ’ attore Reagan, appena eletto al trono di Washington, da una parte di dichiarare una nuova fase di guerra fredda nel mondo (qua le eco, dunque, e quali conseguenze ha avuto l ’ intervista fran cese di Pertini!), e dall ’ altra di riaffermare, con un ’ arroganza pari soltanto all ’ incultura, che terrorismo e lotte di liberazione dei popoli sono la medesima cosa. Da tutta questa vasta ope razione sui «santuari» del terrorismo italiano dovremmo, semmai, ricavare una sola risposta al «cui prodest» (domanda che nessuno si è fatto): di certo, finora, il terrorismo italiano è
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