Problemi della transizione 1981
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
eventi non solo molecolari, ma anche a livelli di integrazione superiore, estremamente complessi e sotto il controllo di molti fattori sia dell ’ ambiente interno sia esterno dell ’ organismo. Il secondo riguarda l ’ indubbia, quasi ovvia, utilità che molti comportamenti elementari, spesso di tipo ripetitivo, sia no fissati geneticamente: essi infatti rappresentano le condi zioni di usuale funzionamento dell ’ organismo e sarebbe ben poco vantaggioso, antieconomico se venissero appresi ad ogni generazione. Il terzo è relativo al fatto che ogni individuo deve avere in se stesso le informazioni ed i mezzi basilari per poter iniziare a comunicare con i propri simili in vari momenti del proprio ci clo biologico: deve cioè essere in grado di trasmettere e riceve re i segnali necessari ad iniziare il proprio processo di socializ zazione al livello previsto dalla propria organizzazione biolo gica. Tutti questi automatismi ed il controllo della situazione dei programmi genetici, per ridurre l ’ influenza dell ’ ambiente, sono stati selezionati grazie a meccanismi evolutivi. Tra questi la selezione naturale sembra essere la più potente, da un lato creando organismi perfettamente in grado di adeguarsi alle condizioni ambientali (con sospensione delle loro attività nei momenti sfavorevoli), dall ’ altro acquisendo un notevole livel lo omeostatico come negli organismi a temperatura costante. Ma si deve tener presente che esiste sempre una notevole va riabilità individuale nella realizzazione di questi automatismi, nella loro efficienza e nel loro controllo, variabilità in gran parte non di origine genetica. In un ambiente relativamente costante (come nelle grotte o negli abissi marini) la variabilità tende apparentemente a di minuire, mentre negli ambienti mutevoli e soprattutto impre vedibili, essa tende ad aumentare, come nelle zone salmastre (anche se recenti ricerche sui polimorfismi molecolari tendono a ridimensionare questa affermazione). La genetica del comportamento sociale, nonostante l ’ esi stenza di un indirizzo di ricerca in questo campo, la cosiddetta genetica sociale, non ha finora apportato nessuna prova diret ta che nelle specie studiate le diverse componenti del compor tamento sociale siano controllate in misura rilevante dai pro grammi genetici. Sembra che sia piuttosto l ’ ambiente a deter minare una data struttura sociale e quindi il comportamento dei singoli individui, sia pur con una larga variabilità tra i vari casi. In effetti la popolazione ha una struttura spaziale, demo grafica e sociale congruente con le disponibilità energetiche dell ’ ambiente in cui vive ma nei limiti biologici del proprio piano di organizzazione. 1 Canidi sono al riguardo molto istruttivi. In questa fami glia di Carnivori si va da specie di piccole dimensioni, il cui fabbisogno energetico è facilmente copribile con piccole prede catturabili da individui isolati, a specie di grandi dimensioni che per sopravvivere devono catturare grossi animali e che pertanto devono predare in gruppo (e quindi con un livello di integrazione sociale molto elevato). Un esempio del primo caso è la volpe che caccia di norma in maniera solitaria, mentre il lupo rappresenta il secondo ca so. Tuttavia, come è stato dimostrato da recenti ricerche sui
76
Made with FlippingBook - Online Brochure Maker