Problemi della transizione 1981

Biologia sociale

la, intesa sostanzialmente come somiglianza più o meno spin ta dei patrimoni genetici. Ciò porta al concetto di idoneità complessiva, diversa da quella di tipo strettamente neordawi- nista. Mentre in quest ’ ultima l ’ individuo più idoneo (genetica- mente) è quello che trasmette alla progenie più ampia il pro prio patrimonio ereditario (e quindi il suo successo evolutivo, o meglio del suo genotipo, viene misurato in termini di figli prodotti) nel caso della idoneità complessiva diventa premi nente il destino dei geni. Di qui la nozione di gene egoista e dell ’ essere l ’ individuo un semplice contenitore di geni. Un punto essenziale della teoria wilsoniana è che le socie tà, basandosi esse soprattutto sui nuclei familiari, sono fonda te su un grado elevato di consanguineità; si giustificano perciò i casi osservati di «altruismo» tra individui a forte grado di parentela. In diverse specie gli individui si sacrificano in modo da av vantaggiare gli altri contenitori di geni simili (e cioè individui consanguinei) in modo da garantire al massimo la sopravvi venza dei propri geni. In altre parole il massimo di cooperatività si ha nel caso di individui consanguinei e tale atteggiamento decresce rapida mente con il diminuire del grado di consanguineità. Negli insetti sociali e segnatamente negli imenotteri (api e formiche ad esempio, ma non solo in esse) ciò è dimostrato in maniera evidente; tuttavia, come è stato fatto osservare, affin ché si tratti veramente di un meccanismo e non di un mero fatto formale, sono necessarie alcune condizioni affinché il modello proposto funzioni; tra queste una è particolarmente vincolante: il comportamento altruista che caratterizza i diver si individui deve essere sotto il controllo di un piccolissimo numero di geni o meglio di uno solo. Questa condizione spiega perché i sociobiologi wilsoniani debbono postulare un rigido determinismo genetico del com portamento sociale. In diverse specie il modello proposto funziona nel predire il comportamento sociale, come nell ’ ormai famoso caso delle marmotte studiate da Barash, un seguace di Wilson. Non è qui la sede per un riesame delle critiche mosse per vie interne al modello wilsoniano, preme piuttosto fare alcune considerazioni di carattere più generale. La ventata di biologismo che ancora una volta assale la so ciobiologia è in effetti conseguenza di una precisa strategia ri duttiva applicata prima nel campo delle scienze biologiche e poi estesa a quelle dell ’ uomo. Della pretesa cioè di spiegare il comportamento delle singole specie sulla base dei meccanismi genetici, quasi che la evoluzione dei comportamenti sia deter minata dalla evoluzione dei genotipi e non piuttosto dalle in tricate e sempre modificantesi relazioni tra programmi geneti ci e fattori ambientali. Gli enormi progressi della biologia molecolare hanno in realtà portato ad una sorta di mitologia molecolare, in cui il DNA giuoca un ruolo fondamentale, quasi che la vita non sia altro che una proprietà del tutto derivabile da esso, indipen dentemente dal livello di organizzazione considerato. Ma proprio dalla biologia molecolare è venuta in tempi

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