Problemi della transizione 1981
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
lologico; e non far pensare — nominando per così dire ‘ tutto ’ , ogni possibile espressione e veicolo di cultura diffusa — che prevalga una ossessione del vuoto. Si tratta però di esem plificare ambiti specifici di ricerca, ai fini di un rilevamento capillare, che si propone di andare oltre i tradizionali presupposti ideolo gici e ‘ storici steccati ’ ; di misurare — non ta cendo del mediocre e magari dell ’ infimo, su cui pure si misura il modo di essere di una collettività — se si possa considerare superata la pretesa di misurare la cultura solo sui suoi ‘ punti alti ’ ; ovvero se non si rifletta, in diver sa maniera, anche a sinistra, l ’ orgoglioso principio di misurarsi solo con le aristocrazie del pensiero (preferibilmente all ’ estero) nel presupposto che, tanto, Tintendence suivra ’ . S ’ intende, poi, che — passati attraverso la pur necessaria fase metodica e documentaria dedicata all ’ analisi — la frantumazione multi- cellulare si evita individuando una chiave ge nerale: e cioè — per porre il problema co me lo pongo io — individuando chi, come, in quali fasi storiche, riunifica le microsto rie e le microculture; e le sottopone a sinte si culturale e comando politico. Che non sono la stessa cosa, visto che vi può essere l ’ uno — il comando — anche senza l ’ altra, la cultura. Come, direi, nel caso del potere democristia no in questo dopoguerra. E nel caso del fasci smo? Potere con cultura, sulla base di una cultura diffusa, oppure potere senza cultura? La mia risposta è la prima, ma, come si sa, appare tutt ’ altro che certa e unanimemente condivisa. 4. Dopo gli agenti e tramiti della ‘ cultura di destra ’ , poniamo l ’ accento sui riceventi. Uti lizzare categorie della retorica e termini mas smediologici quali riceventi, pubblico, udito rio, fruitori, può prestarsi a fraintendimenti. A rigore, nessuno può essere relegato in un ruolo di mero ricevente passivo: perché tutti decodificano quanto ricevono — e nel far ciò lo modificano — , e perché ciascuno è, a pro pria volta, agente e tramite verso qualcun al tro. Si utilizza qui un tale lessico in rapporto a due scelte complementari di organizzazione della ricerca: porre l ’ accento sui fattori di propulsione, sugli elementi attivi nei processi di accumulazione; e però, al tempo stesso, non restar chiusi nel cielo del pensiero in sé, ma misurarlo sempre nella prassi comunicati va, nei tempi, modi e luoghi della sua sedi mentazione geografica e sociale. Posta così la questione, ci si può chiedere preliminarmente se sia mai esistito, nell ’ Italia
unificata nelle istituzioni, un ‘ grande pubbli co ’ omogeneo e accomunato nelle opinioni. O se bisogna sempre parlare di una pluralità di pubblici e uditori. Il che varrebbe a dire, assenza d ’ una pro spettiva unificante, di un linguaggio naziona le, dell ’ esercizio d ’ una egemonia centralizzata. L ’ interrogativo può apparire persino retori co; e però domandiamoci, almeno, quali sia no state le circostanze di massima unificazio ne (restando per ora alla descrizione e senza impegnarci in una valutazione di segno). Accettando, in via di prima approssimazio ne, una periodizzazione politica tradizionale (ma altre periodizzazioni, meno attente alle scansioni istituzionali, sarebbero anche ipotiz zabili, o potrebbero servire di riscontro alla prima) partiamo dal periodo risorgimentale e cioè dall ’ «Unità» per antonomasia. Eppure, all ’ interrogativo se sia possibile identificarvi una fase di unificazione culturale (con segno di destra, ma questo, all ’ interno del nostro di scorso, va dato per implicito), la risposta è negativa. O più esattamente: non unificante mentre è in atto, se non nei confronti di alcu ni strati ed aree della società, acquisisce assai maggiore forza di coinvolgimento e potenzia le unificante in forma postuma, come fattore di organizzazione dell ’ immaginario e della memoria collettiva. Altrettanto, come vedre mo, si potrà dire di altri eventi capitali, che fendono e ricompongono strutture e mentali tà dell ’ italiano. L ’ età giolittiana. Non produce unificazione culturale neppure tra le élite. Sotto la superfi cie del patto sociale tra le classi, sono in mo vimento istanze centrifughe e anticorpi scon volgenti. La scansione periodizzante prosegue con la grande guerra. Si potrebbe discutere a lungo — e lo si è fatto, per cui non resta che rimandare a quegli studi specifici — se essa produca in maggior misura, mentre ha luogo, fattori di unificazione e omologazione tra le classi e le culture (e sia pure commiste di trat ti ideologici e tratti istituzionali, di partecipa zione e di coazione); ovvero, in maggior mi sura, fattori di divisione e di conflittualità materiale e ideale. Certo è che — valicato il ‘ biennio rosso ’ — il mito postumo della gran de guerra diviene un potente fattore di coesio ne, e non solo nella ritualità guerriera, famili- sta e mortuaria delle evocazioni di massa ca pillarmente orchestrate dal regime fascista. Ben più che nelle vicende risorgimentali pos siamo riconoscere nelle vicende della guerra del ’ l 5- ’ l 8 la produzione, la messa a dimora e la radicazione di massa — anche a livello di
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