Problemi della transizione 1982
Remota justitia
cosa è bene o male per lui all ’ interno delle norme giuridiche e di costume operanti. La “ fine della morale ” viene in tal modo constatata e pro mossa: altri strumenti, ben più efficaci e flessibili dei precetti morali, regolano, si dice, attualmente la condotta degli indivi dui e dei gruppi; il controllo sociale si realizza attraverso i più sofisticati mezzi delle comunicazioni di massa e le nuove forme di “ ritualizzazione ” del comportamento singolo e collettivo, che canalizzano l ’ aggressività e la cooperazione 4 , e attraverso le potenti tecniche e retoriche della dissuasione e della persuasio ne, del punire e dell ’ incitare. Ogni codice rigido di condotta di venta d ’ intralcio. La coscienza morale — quel che una volta era considerato il santuario della libertà e della dignità del singolo, l ’ incrollabile torre della volontà buona e della resistenza all ’ ar bitrio e all ’ oppressione 5 — sembra trasformata in semplice cas sa di risonanza di autorità e comandamenti esterni, oppure — nel senso di Nietzsche — in voce dell ’ “ istinto del gregge nel sin golo ” , in luogo immaginario dove solo il livore del risentimento è capace di abitare. Tali reazioni diffuse non destano meraviglia. Siamo in par te eredi di tradizioni convergenti che da secoli denunciano l ’ im potenza della morale, la sua insicurezza, la sua ipocrisia. In questa denuncia risuonano spesso gli echi di speranze deluse, di aspettative non corrisposte. La cultura moderna non nasce for se strappando all ’ etica e costituendo in province autonome la politica e il diritto? Non introduce forse lo spirito di scissione all ’ interno della compatta sostanza etica aristotelica, delle for me indissolubili della “ vita buona ” ? Non ha dovuto Machiavel li staccare la politica dal contesto della “ vita buona ” ed essere costretto a dichiarare che “ se gli uomini fussino tutti buoni ” i suoi precetti non sarebbero buoni? La politica moderna si svi luppa così occupando i territori che in precedenza condivideva con l ’ etica e sospingendo quest ’ ultima verso zone sempre più impervie e deserte, dove la sua voce può trovare pochissimo ascolto e credibilità. Gli uomini sono “ tristi ” e incapaci di vole re e realizzare il bene senza la costrizione e la paura delle pene di questa terra. La logica dell ’ agire individuale non è in grado di assicurare l ’ esistenza di grandi agglomerati umani. Anzi, produce effetti controfinalistici: la bontà e la lealtà di un princi pe sono un pericolo mortale per gli Stati. Dove regna il conflit to, con le sue violenze e le sue astuzie, non ci si può più fidare della morale. I confini tra spazio privato e spazio pubblico de vono essere rettificati e marcati con la massima evidenza, giac ché in essi valgono leggi del tutto differenti e talvolta opposte. Lo spazio politico ha delle ragioni che le ragioni della morale non conoscono. Eppure il rapporto che la politica instaura con la morale oscilla spesso tra la cattiva coscienza e l ’ involontario e contorto riconoscimento. Il principe deve saper simulare di possedere doti morali, deve parere di averle, in quanto “ li uo mini in universali iudicano più alli occhi che alle mani; perché
4 Cfr. C.A. V iano , Etica, Milano, 1975, pp. 19 sgg. 5 Cfr., per la storia di questo concet to, J. S telzenberg , Syneidesis, Con- scientia, Gewissen. Eine Stadie zum
Bedeutungswandel eines moraltheolo- gischen Begriffs, Paderborn, 1963.
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