Problemi della transizione 1982
Remota justitia
re e un ricevere non semplicemente motivato dalla fiducia. Il giusnaturalismo si biforca sulla scambiabilità o meno di tutto. Da una parte vi sono quanti, sia pure con intenzioni opposte, concepiscono tutto come negoziabile (Hobbes e Rousseau), dall ’ altra, quanti ritengono che lo scambio abbia un limite, che vi siano diritti naturali inalienabili, che non entrano nel pac chetto di ciò che è contrattabile. Di quest ’ ultima posizione sono rappresentanti, a vario titolo, Pufendorf, Locke, Thomasius, Kant. La distinzione si sviluppa ulteriormente nelle sue impli cazioni lontane: dai primi provengono teorie politiche che en fatizzano la funzione dello Stato o di altre forme di volontà col lettiva, dai secondi teorie che puntano maggiormente sulla dife sa delle prerogative degli individui. Ma proprietà di se stessi si gnifica anche nel contratto perdita di se stessi come presunti es seri naturali, assunzione di una nuova identità che si acquista negli Stati moderni. Si tratta — dietro le ‘ finzioni ’ giusnaturali stiche — di patteggiare la nuova figura e il ruolo dei singoli nel contesto dello spazio politico, di delimitare e regolamentare le due logiche differenti che fanno capo simbolicamente all ’ etica e alla politica. L ’ alienazione è così il tramite legittimante il nesso cittadino-Stato, il documento di rinuncia al vecchio stato di na tura (rovescio speculare del nuovo ordine) e di accettazione dei vincoli che la situazione politica comporta. Ma è soprattutto un accordo, un compromesso, fra le esigenze della politica mo derna e quelle dell ’ etica, che vengono tuttavia espresse in forma giuridica, come diritti naturali inalienabili. Il giusnaturalismo di questo tipo diventa il bastione della morale, dei singoli, dei privati contro le pretese totalizzanti dello Stato assolutistico. L ’ etica riconosce con ciò l ’ autonomia e le diverse leggi della po litica, ma ritaglia un suo spazio di validità, una zona franca sotto la giurisdizione di ciascuno; la politica, concordataria mente, promette di rispettare il dominio che le è nuovamente sfuggito, anche se si riserva il tacito diritto di compiervi incur sioni in casi di emergenza. Quanto difficile, labile, contrastato sia tale accordo lo testimoniano quasi due secoli di storia euro pea. Consapevolmente o meno, le istanze etiche erodono le fondamenta degli Stati di origine assolutistica, ne minano il pa thos recente e il potere di attrazione; a loro volta, le necessità “ ferree ” della politica spingono verso una restrizione dei diritti individuali, lo scindersi dei principi universali in una complessa casistica. Le due potenze — sorte da un armistizio, da una de marcazione confinaria necessariamente imprecisa — si dissan guano talvolta a vicenda in guerre silenziose, in strategie di lo goramento. La crisi si manifesta così quale svuotamento reci proco di energie, trasformazione di ciascuna nella caricatura di se stessa, in una metà complementare che non riesce a incontrar si con l ’ altra, né, se vi riuscisse, potrebbe ricostruire un pregio dalla somma di due difetti. La politica, in questa “ età di crisi ” che è il Settecento, tende a presentarsi quale vuota legalità, let tera morta di una autorità che non è più legittimata dal consen so o dal costume (da qui l ’ insistenza sullo “ spirito ” delle leggi), mentre l ’ etica tende a presentarsi come vuota moralità (nel sen so della Moralitàt hegeliana contrapposta all ’ eticità vivente, al la Sittlichkeit), precettistica privata, terreno per le anime belle o per impotenti ribellioni, come quella di Karl Moor nei Ma snadieri di Schiller. Lo Stato, privo di vita propria, ridotto
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