Problemi della transizione 1982
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
all ’ involucro della forza, è capace di imporre solo il rispetto esteriore delle leggi (che divengono in tal modo semplicemente “ positive ” ), di farle osservare con una violenza tanto più gran de e gratuita quanto meno vengono spontaneamente obbedite; la coscienza del singolo si erge a tribunale del mondo, delegitti ma ulteriormente le istituzioni, pur nell ’ ossequio formale ad es se, emana da sé le proprie leggi e pretende di trasformare la massima delle azioni individuali in legislazione universale con una pura operazione di controllo logico, pretende di giudicare (dal suo osservatorio privato innalzato a ragione universale) la coerenza di funzionamento degli organismi politici e della sto ria. Del resto, quando non è più in condizione di seguire la complessità dei processi con la sua ‘ etica dell ’ intenzione ’ , può sempre ripetersi con amara saggezza: fiat justitia et pereat munclus! L ’ ipocrisia oggettiva, che sembrava caratteristica del la politica, si infiltra inconsapevolmente anche nella morale, suscitando il sospetto che, in un mondo malvagio e abbando nato a se stesso, le regole assolutamente buone possano pro durre cattivi effetti, non migliorino affatto questo mondo e ac centuino il distacco da esso. Le si segue con animo diviso o con il triste e catastrofico orgoglio di Sansone. Il problema che si pone è a questo punto il seguente: come rivitalizzare la politica e dare concretezza all ’ etica? Come uscire da questa impasse di una legislazione e di una politica ridotte a mera facciata, a completo “ parere ” , e di una morale che surro ga nel foro interno la carenza di autorità legittima e il vuoto delle istituzioni? Le risposte che più hanno segnato la nostra tradizione non sono molte e ancor oggi si perpetuano moltipli cate in varie versioni. Vediamole. Vi è, intanto, la soluzione di Rousseau, seguita poi sostanzialmente dai Giacobini, per cui “ coloro che vorranno trattare separatamente la politica e la morale non capiranno mai nulla di nessuna delle due ” 8 . Il che significa, anche, che la sfera dell ’ interesse e quella dell ’ etica non devono entrare in collisione nella volontà generale: bisogna far sì che “ la giustizia e l ’ utilità non si trovino divise ” 9 . Il progetto politico giacobino riposa sulla possibilità di articolare nuova mente insieme politica e morale, di rivedere e rettificare il con fine fra spazio pubblico e spazio privato 10 . Il suo rovesciamen to viene in seguito motivato con l ’ “ astrattezza ” moralistica de gli “ immortali principi ” del 1789, ossia con gli effetti perversi prodotti dalla mancata separazione di politica e morale e dal voler realizzare ad ogni costo gli ideali di libertà, eguaglianza e fraternità. Appunto: provate a realizzare la giustizia e il mondo perirà. La Rivoluzione francese viene così presentata come una lampante prova storica dell ’ indesiderabilità dei valori etici su premi quando si pretenda di farli discendere nelle istituzioni. Meglio è lasciarli sui loro altissimi piedistalli; meglio è non far scendere il cielo in terra; meglio è, come nella dostoevskiana leggenda del Grande Inquisitore, non illudere gli uomini con queste promesse divine, perché essi, questi “ impotenti ribelli ” ,
8 J.-J. R ousseau , Émile ou de l ’ édu- cation, in Oeuvres complètes (Biblio- théque de la Plèiade), Paris, 1964, voi IV, p. 524. 9 J.-J. R ousseau , D u contrat social, in Du contrat social et autres oeuvres
politiques, Paris (Garnier),1975, p. 235. 10 Rinvio, per brevità, a R. B odei , Ragione e Terrore: sulla tirannide gia cobina della “ virtù", in “ Il Centauro ” , I (1981), n. 3, pp. 38-58.
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