Problemi della transizione 1982

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

Usato criticamente lo psicofarmaco, come altri farmaci, rappresenta infatti anche un esempio della lotta dell ’ uomo contro l ’ oppressione della natura: la possibilità di combattere una forma depressiva, che non è sempre legata a cause am bientali, di interrompere le allucinazioni dolorose di uno psico tico, di restituire il sonno ad un insonne o di alleviare un gra ve stato d ’ ansia offre, come ha sostenuto Basaglia, una possi bilità alternativa di esistenza. Il farmaco inoltre, «diminuendo 10 stato di tensione di una persona sofferente, offre a questa una contrattualità con l ’ altro e diventa così un elemento di rapporto. E allora dare un farmaco per potere parlare con una persona, anche se non è la situazione ottimale, è sempre un passaggio estremamente importante per l ’ inizio di un rap porto diverso» 7 . In generale, l ’ uso oculato di alcuni psicofarmaci può: 1 ) sbloccare il rapporto tra terapeuta e paziente rendendo più facile una psicoterapia o un ’ altra forma di terapia; 2) permettere di ridurre l ’ incidenza degli episodi psicotici e rendere meno angosciosa la situazione del malato, facilitan do la sua vita al di fuori delle istituzioni ospedaliere; 3) ridurre il grado di stati d ’ ansia provocati da traumi psi chici o da motivi «endogeni»; 4) permettere di ridurre l ’ intensità dello stato depressivo in pazienti depressi. Se quindi, da un lato, è giusta e necessaria una presa di posizione contro l ’ abuso di psicofarmaci e contro una grosso lana e pericolosa medicalizzazione sociale è invece immotivato un rigetto ideologico o un rifiuto aprioristico di questo stru mento terapeutico. È proprio questo loro potere di modificare 11 senso di disagio e di sofferenza derivante molto spesso dal rapporto con una realtà ansiogena che si presenta come un ’ ar ma a doppio taglio in cui possono coesistere l ’ aspetto «tera peutico» e quello di separazione dal mondo circostante o «re pressivo». Soprattutto negli ultimi anni, si sono verificate pre se di posizione piuttosto acritiche nei riguardi di ogni interpre tazione della malattia mentale e di terapie su basi «organi- ciste». Al di fuori di preclusioni ideologiche o di prese di posizio ne di tipo corporativo, sorpassando una dicotomia tra am bientalismo ed organicismo che rappresenta un nonsenso scientifico, penso che si possa concludere con Silvano Arieti, una delle massime autorità nel campo della schizofrenia, come «persino lo psichiatra che dà molta importanza ai fattori psi cologici (come sono io) fa ricorso alla terapia farmacologica nel trattamento di molti pazienti (...). Il farmaco porta ad un senso di distacco tra il paziente ed i suoi sintomi. Il paziente è meno coinvolto da ciò che lo disturba, si mette in rapporto con il terapeuta con maggior facilità. Non si può stabilire al cun rapporto con il paziente finché non sia tranquillizzato at traverso i farmaci» 8 .

7 F. B asaglia e altri, La nave che af fonda, Savelli, Roma, 1978. 8 S. A rieti , Capire ed aiutare il pa ziente schizofrenico, Feltrinelli, Mila no, 1981, p. 154.

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