Problemi della transizione 1982
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
piano degli antagonismi di classe, così la morale è sempre stata una morale di classe; o ha giustificato il dominio e gli interessi della classe dominante, o, diventata la classe oppressa suffi cientemente forte, ha rappresentato la rivolta contro questo dominio e gli interessi futuri degli oppressi (...) Ma non abbia mo ancora superato la morale di classe. Una morale che superi gli antagonismi delle classi e le loro sopravvivenze nel pensiero, una morale veramente umana è possibile solo a un livello socia le in cui gli antagonismi delle classi non solo siano superati, ma siano anche dimenticati per la prassi della vita ” 16 . Una conside razione assai profonda, quella finale. Ma ha senso parlare di morale (Moral: qui è abbandonata la distinzione fra Moralitat e Sittlichkeit) in una società senza conflitti? Non dice Engels stesso che in “ una società in cui i motivi per rubare sono elimi nati, in cui a lungo andare soltanto i pazzi potrebbero rubare, quanto si riderebbe del predicatore di morale che proclamasse la verità eterna: Non rubare! ” 17 ? Che senso assumerà la giusti zia distributiva quando prevarrà il criterio “ a ciascuno secondo i suoi bisogni ” ? Forse vi sarà ancora bisogno di regole per dei conflitti e delle tensioni completamente nuovi, da noi non an cora immaginabili? L ’ impostazione engelsiana soffre di un ’ antinomia ben nota nella storia dell ’ etica: da un lato si riconosce che le norme sono relative al tempo e allo spazio, mutevoli, instabili; dall ’ altro, questa consapevolezza non può venir spinta all ’ estremo o diffu sa socialmente oltre un certo limite senza condurre ad esiti ni chilistici, scettici o paralizzanti. Per essere osservate le norme richiedono sanzioni, crismi di stabilità, fiducia nella loro vali dità non effimera. Tali sanzioni possono essere l ’ autorità del costume, della tradizione (di quel mos maiorum a cui cicero nianamente si deve obbedienza per il solo fatto che esiste, etiam sine ratione reddita}, della religione, la fiducia in capi carisma tici ecc. Oppure, più razionalmente, la maggior durata o l ’ aspi razione a\V universalità. In quest ’ ultimo caso, che è il più perti nente agli sviluppi dell ’ etica marxista, si possono distinguere etiche parziali, che tali intendono rimanere, ed etiche universa li. Le prime sono quelle che negano un rapporto paritario fra tutti gli uomini e stabiliscono norme differenziate di condotta nei rapporti ‘ Ego-Alter ’ , Noi-Gli Altri, Amici-Nemici. Insisto no cioè sulla separazione del genere umano in padroni e schia vi, civilizzati e barbari, veri credenti e infedeli, razza eletta e popoli inferiori (il nazismo può esserne una chiara illustrazio ne). Le seconde sono quelle che presuppongono l ’ unità del ge nere umano o addirittura, come in Kant, di tutti gli esseri razio nali. Non è ammesso un trattamento discriminatorio fra i vari gruppi umani; tutti, nel linguaggio degli Stoici, siamo cittadini dello stesso mondo. L ’ etica del marxismo — e soprattutto quel la del “ marxismo-leninismo ” — si trova nella scomoda e apore- tica situazione di dover essere un'etica parziale, di classe, che si propone di diventare universale, di esser valida per tutti gli uo 16 F. E ngels , Antiduhring, in
MEW, cit., Bd. 20, p. 88, trad. it. Antiduhring, Roma, 1955, p. 106. 17 Ibid.
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