Problemi della transizione 1982
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
Eppure, almeno nei paesi democratici a società complessa, la problematica morale appare ineludibile. E questo non solo per motivi contingenti, per combattere la corruzione degli ap parati pubblici, i poteri occulti o le degenerazioni della politica, ma per un motivo più sostanziale, già individuato da Schumpe ter: è sufficiente il mercato politico dei voti, il sistema delle li bere elezioni e delle garanzie formali a legittimare la democra zia? Sarebbe ancora una democrazia — sono parole del 1942 — quella in cui a maggioranza si perseguitassero gli ebrei o si bruciassero le streghe 30 ? Se un regime non si impone con la for za, è sufficiente il rispetto di regole puramente procedurali a qualificarlo come democratico o è necessario presupporre il ri spetto di un nucleo di norme sostanziali senza le quali ogni de mocrazia moderna si snatura? Il dibattito di questi ultimi de cenni sulla teoria della giustizia e la ripresa, su diversi piani, di impostazioni giusnaturalistiche costituiscono una risposta an che a tale questione, un tentativo di fondazione non esclusiva- mente procedurale della democrazia (o meglio di varie possibili versioni della democrazia in senso non autoritario). Il concetto di giustizia — parlare di “ giustizia sociale ” è pleonastico, in quanto la giustizia non riguarda mai il singolo in quanto tale, ma i rapporti tra gli individui e le comunità — è particolarmen te adatto a chiarire i rapporti fra etica e politica. Esso infatti costituisce una cerniera fra i due ambiti separati dal pensiero post-classico ed il centro della tematica etica intesa come mora le pubblica. Nella tradizione italiana siamo stati abbondante mente messi in guardia contro le “ alcinesche seduzioni della Dea Giustizia ” e vaccinati contro di essa con massicce dosi di “ realismo ” storicistico e neo-machiavellico. I teorici delle élites ci hanno spiegato che ogni regime politico, qualsiasi nome si dia, è sempre governato da piccole oligarchie che tendono a im porre i propri interessi sotto il manto di valori morali autonomi e universali. L ’ ingiustizia non è così, per Pareto, che un turba mento dell ’ equilibrio sociale, il cui senso è avvertito ogni volta che si cerca di modificare l ’ assetto dei criteri normalmente im posti ed accettati: “ Chi dice ‘ questa cosa è ingiusta ’ , esprime che tale cosa offende i suoi sentimenti, come sussistono nello stato di equilibrio sociale in cui vive ” 31 . L ’ ideale di giustizia è quindi soltanto un “ residuo ” . Il giusnaturalismo è stato in Ita lia pressoché cancellato ai primi dell ’ ottocento, ai tempi di Vincenzo Cuoco, travolto insieme alle accuse di astrattezza in dirizzate ai princìpi del 1789. Il pensiero laico si è poi spesso appoggiato allo hegelismo o al marxismo per assorbire il pro blema dei diritti dei singoli in termini di Stato e di classe. Natu ralmente vi sono delle eccezioni (Carlo Rosselli, ad esempio), ma in genere, e del resto per comprensibili ragioni storiche, i nostri teorici del liberalismo e del socialismo liberale hanno guardato con favore più ad uno Stato forte che ad uno Stato “ minimo ” . Altrove però la tradizione giusnaturalistica, seppur priva di egemonia, non si è mai completamente spenta. Questo
30 Cfr. J. S chumpeter , Capitalism, Socialism and Democracy, New York, 1942, trad. it. Capitalismo, socialismo e democrazia, Milano, 1964, pp. 230-232. 31 V. P areto , Trattato di sociologia
generale (1923 2 ), Milano, 1964, voi, I, § 1210, p. 732.
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