Problemi della transizione 1982
Remota justitia
i- una ingegneria sociale “ a spizzico ” , come quella proposta da Popper? Non è più realistico, aristotelicamente, riportare la giustizia nell ’ ambito della phronesis, della saggezza o prudentia o che applica criteri elastici a situazioni singole mutevoli e che ri f- fiuta il modello forte della epistheme negli affari umani, dato si che l ’ episteme vale per ciò che non muta mai, come gli enti ma i. tematici? E anche ammesso che fossero possibili princìpi uni- )- versali, non sarebbero tanto poveri di contenuto, tanto distanti i- dal diritto e dalle situazioni concrete, da avere al massimo valo e re esortativo? Rawls stesso riconosce che l ’ ordine lessicografico •- 1 è storicamente variabile , che in certe epoche (ad esempio du rante la rivoluzione industriale) la priorità della libertà può li cadere S9 , che la sua teoria è valida per società democratiche “ a •/ scarsità moderata ” . La domanda più spontanea diventa allora: ) come è possibile considerare la storia solo come lotteria, domi nio del caso, esclusione della ragione? Non è certo necessario ; accettare una filosofia della storia per accorgersi che gli eventi ] hanno un qualche senso e che proprio questo senso va capito e su di esso si misura e si esercita la giustizia, e per accorgersi che, comunque, sono state le filosofie della storia settecente t sche e ottocentesche a scoprire, contro la linearità giusnaturali stica, la presenza di effetti perversi e di fattori di controfinalità. i Resta dunque all ’ oscuro un grande e complesso nodo, quello > dei rapporti fra giustizia e realtà effettuale, tra idee e storia. Se si può e si deve respingere ogni riduzionismo storicistico dei ‘ valori ’ a riflesso di situazioni contingenti e puntuali, tuttavia anche la separazione kantiana e neo-kantiana delle idee dai fat ti non sembra molto soddisfacente. La seconda questione è connessa alla prima. Infatti, sottrar re qualcosa alla storia o al mutamento è darle anche lo statuto di non scambiabilità in quanto non ha ulteriori giustificazioni, si fonda su se stessa. Voglio dire che porre come valori supremi la dignità umana, la libertà o, per converso, l ’ autorità dello Stato o i diritti assoluti e arbitrari del caso è un ’ operazione, for se indispensabile, ma non innocente. Parto da un ’ ipotesi di ca rattere generale, e cioè che socialmente i tabù si addensano sui punti più nevralgici e più difficilmente giustificabili in termini di evidenza immediata. Il tabù è allora una zona di pericolo so ciale da cui ci si difende non tanto con argomenti, ma con di vieti, sino al punto che la ragione del divieto diventa tautologi ca. Ad esempio: “ L ’ incesto è vietato perché si è sempre fatto co sì, perché ci sarà una ragione; perché non lo so; perché è così... ” . Il tabù circonda in tal modo di cinture protettive le zone più vulnerabili dell ’ assetto sociale. Analogamente, penso, an che nelle teorie (ma qui intervengono anche ragioni strutturali, giacché per poter parlare di qualcosa bisogna pure avere dei presupposti) si presentano fenomeni di tabuizzazione: i punti più deboli sono sottratti alla critica, messi in posizione soprae levata, di rispetto, di superiorità, per non essere esaminati più da vicino. Nella tradizione giusnaturalistica, kantiana e, in >
il diritto ha le sue epoche; l ’ entrata di Saturno nel Leone segna l ’ origine di questo o quel crimine. Singolare giu stizia, che ha come confine un fiume! ” . 59 Cfr. J. R awls , A Theory of Justi
ce, cit., pp. 243 sgg. e passim.
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