Problemi della transizione 1982

Contrattualismo e utilitarismo

L ’ utilitarismo non sembra, nonostante tutto, una teoria pluralista; non sembra prendere veramente sul serio il fatto che gli individui sono entità autonome e distinte. Così come un sin golo individuo può decidere di privarsi di una soddisfazione presente per ottenerne una maggiore in futuro o, come mada migella Cunegonda, di sacrificare una natica per non perdere la testa — e questo è giustificato perché un individuo è padrone dei propri arti e dei propri giorni — così la società utilitarista che deve agire nel suo complesso come un singolo spettatore simpatetico le prescrive, può decidere legittimamente di sacrifi care il benessere e persino la libertà di una minoranza purché la somma totale del benessere o il benessere medio siano con ciò incrementati o addirittura non diminuiti. E tuttavia a noi oggi non pare giusta una società che mantenga in schiavitù un nu mero per quanto piccolo di persone. Diverso era il senso di giu stizia dei Greci, ad esempio, ed è stato ricordato che né Mill né von Humboldt né altri intendono dare principi illimitatamente validi, bensì solo principi validi all ’ interno della nostra cultura. Ma a noi appunto pare che le libertà di base debbano essere as sicurate a tutti e non siano soggette alla contrattazione politica secondo il calcolo degli interessi sociali. A meno di sostanziali integrazioni, l ’ utilitarismo nella sua forma più o meno classica (è discutibile che questa sia rappresen tata proprio da Mill) incontra dunque delle difficoltà serie, an che se non insuperabili. Da queste prende le mosse la proposta di Rawls 7 , a cui ha già fatto qui recentemente riferimento Veca. Il suo punto di partenza è quell ’ idea di una posizione origi naria a cui ho già accennato. Una certa universalità fa parte di qualunque concetto di giustizia, di obbligo e di dovere. L ’ idea per cui persone diverse in circostanze identiche hanno gli stessi obblighi e diritti è inclusa nel principio evangelico “ non fare agli altri, etc. ” come pure nel principio kantiano “ agisci soltan to secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale ” , ed è parte del senso comune. In Rawls essa assume questa forma. Si considera la situazione ipotetica descritta (posizione originaria) in cui gli individui de vono scegliere dei principi di giustizia che determineranno a grandi linee le istituzioni di base della società (il sistema di pro prietà, di governo, le istituzioni della giustizia, etc.). Tali indi vidui vi sono rappresentati solo come persone libere ed uguali e si immaginano cioè privi di qualunque informazione circa la loro collocazione nella società che si verrà a determinare in se guito alle loro scelte - si trovano cioè sotto un “ velo di ignoran za ” . Poiché tali individui ignorano praticamente tutto di sé, an che le loro preferenze personali (che in effetti è pensabile siano in larga misura determinate dalla società stessa in cui si trove ranno a vivere), poiché la situazione in cui si trovano è equa e noi d ’ altra parte non disponiamo di alcun metro esterno con cui giudicare delle loro scelte, qualunque accordo essi raggiun gano circa i principi sarà per definizione giusto. E un ’ idea pura 7 L ’ opera principale di J. Rawls, è A Theory of Justice, Harvard, 1971.

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