Problemi della transizione 1984
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
«Si tratta di uomini che ignoro, che non sono fatti come me e che superano lo stesso materiale verso dei significati vicini ma sensibilmente differenti». Risulta così che «il libro, modo finito dello Spirito oggettivo è, in rapporto al lettore, interno-esterno. La lettura è un ’ interiorizzazione secondo dei proce dimenti definiti ma la frase non è mai interamente solubile. La sua materia lità indistruttibile le viene a un tempo dalla rigidità rappresa del vestigio e dal suo rapporto multiplo — per ciascun lettore — con gli altri. Il che vuol dire dalla sua estensione virtuale a tutto un pubblico e dai suoi legami con le serie di lettori o coi gruppi o con i due insieme. In questo senso lo scritto la scia intravedere attraverso di sé la Società come uno degli elementi della sua dualità essenziale. O, se si preferisce, la sua esteriorità fa che esso si presenti a ciascun lettore come oggetto sociale (IF, III, 51-2). Infatti se lo si considera «nei suoi rapporti con la serialità dei lettori, esso appare come un collettivo, cioè come un indice reale della detotalizzazione sociale. Si misura attraverso di esso la separazione degli individui nella So cietà considerata; esso rappresenta per il suo mistero la falsa unione dei letto ri ciascuno dei quali ignora ciò che pensano gli altri» (IF, III, 52). La dualità diventa peraltro anche trinità: «il rapporto lettore-autore rinvia al rapporto più spesso seriale dei lettori tra loro: la profondità di un ’ idea letta, in me che l ’ ho ritenuta é compresa, sono gli altri, cioè i significati che io non ho colto ma di cui so che altri lettori li hanno risvegliati con lo sguardo, come struttu re approfondite dell ’ oggetto leggibile» (IF, III, 53). E se l ’ opera, anziché alla serie, rinvia al gruppo, «gli imperativi sono molto più rigorosi» (IF, III, 53). «Bisogna — dice Sartre — che io tenti di leggere come se fossi tutti insieme . È il mio giuramento... che determina la mia lettura; il libro restituisce il gruppo come determinazione normativa delle mie attività» (IF, III, 54). In questo caso, però, l ’ imperativo non è dello stesso tipo del precedente: «il pri mo, frusto, oscuro e solitario è legato alla serialità. Bisogna leggere il Gon- court, perché tutti lo leggono e per sapere che dirne; dunque bisogna anche comprenderlo e giudicarlo. Il secondo, che rinvia al gruppo di combattimen to e alla sua unità, è l ’ imperativo della libertà» (IF, III, 54). Resta comun que, che «quando delle intenzioni umane si indirizzano a noi attraverso una materia lavorata, la materalità le rende altre', inerti ma incancellabili, esse ci designano come altri da noi stessi e dai nostri concittadini; la reciprocità umana è rotta dalla mediazione della cosa e l ’ intenzione rappresa che ci ri chiede in quanto altri non può avere altra struttura che quella dell'obbliga zione. Così lo Spirito oggettivo — che è la cultura in quanto pratico-inerte — non può indirizzarsi a noi, anche nella letteratura, che come imperativo» (IF, III, 54-54). Infine — ed è una terza conclusione — «lo Spirito oggettivo, in quanto è fondamentalmente materializzato», si manifesta ai lettori «come la conti guità disparata di opere provenienti da tutte le categorie sociali e da tutte le epoche. Questo cóte-à-cóte intemporale, appena interiorizzato e attualizza to, diviene in me esplosivo. Può ben darsi che io abbia preso questi libri e che tenti di assimilarli per appagare i miei bisogni singolari: la lettura, come resurrezione sistematica, mi costituisce come la mediazione oggettiva tra il passato e il presente culturali e tra le differenti concezioni a cui si richiamano le opere contemporanee. Risvegliando i j ^ jz mediante un movimento tota lizzatore la cui origine è la mia unità personale, suscito delle collisioni di idee e di sentimenti e, prestando loro il mio tempo e la mia vita, esalto ed esaspe ro delle contraddizioni innumerevoli» (IF, III, 55-6; cfr. anche 57-8).
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