Problemi della transizione 1984
Socialismo e riformismo
tori e persino artigiani di villaggio, con l ’ intento di raggruppare tutta la manodopera del posto e sottrarre agli agrari la riserva di braccia disoccu pate o sottoccupate. Il fenomeno restava però confinato nei primordi e in situazioni particola ri. Nel Ferrarese, in un congresso provinciale del 1903 figuravano 64 leghe miste su 81 rappresen tate 44 . Ma la compresenza riguardava avventizi e obbligati: e fra questi ultimi, la proletarizzazio ne era tanto avanzata da consentire, nota Ales sandro Roveri, «la fusione dei contadini e degli “ operai ” in un ’ unica organizzazione sindaca le» 45 . Anzi, nelle zone di prevalente bracciantato si insisteva sulla necessità di organismi distinti per le diverse categorie, ovviamente per garanti re a ciascuno di essi il massimo di omogeneità e, quindi, di efficienza. Ma sulla scelta influivano anche altri fattori: ossia la preoccupazione che le istanze miste riproducessero la tradizionale ge rarchia del villaggio, che colloca il bracciante al gradino più basso, e il timore che i ceti interme di fungessero da cuscinetto, attenuando o me diando lo scontro fra lavoratori e padroni. Resta va l ’ impulso a inquadrare le categorie non prole tarie, ma solo a copertura e sostegno dell ’ azione degli avventizi. Del resto, la struttura era conge gnata in modo da relegarle ai margini: nell ’ orga nismo provinciale e nelle riunioni, le loro poche leghe risultavano schiacciate dalla prevalenza de gli avventizi. Secondo il congresso tenuto a Ostiglia nel 1900 dalle istanze contadine di base del Manto vano, la lega era la forma organizzativa meglio rispondente «alle esigenze della lotta di classe fra produttori e lavoratori rispetto al salario» 46 , una definizione meno ovvia di quanto potrebbe sem brare a prima vista. Essa qualificava un ’ associa zione di rappresentanza e di tutela di interessi professionali di una categoria, che aveva un vo lume di reddito determinato univocamente da un rapporto di lavoro salariato e la sola prospetti va di migliorare le proprie condizioni con la lotta rivendicativa. Rimarcava, inoltre, che l ’ organi smo si distaccava dalle strutture mutualistiche, cooperative o comunque rivolte alla promozione del solidarismo interno, per configurarsi invece come uno strumento di azione proiettato all ’ esterno, a strappare al padronato retribuzioni più elevate, maggiore occupazione, diritti più estesi. Così, a Ferrara come a Piacenza, le leghe
della mezzadria e dell ’ affittanza collettiva, il che, fra l ’ altro, dimostra l ’ infondatezza della ri corrente accusa al socialismo di aver perseguito obiettivi di «bracciantizzazione». Risultati insod disfacenti invece venivano raggiunti nei confron ti delle altre categorie. Gli stessi interessanti esperimenti di Reggio Emilia di coinvolgere, con la cooperazione, coltivatori diretti e affittuari si esaurivano sul piano locale, senza arrivare al li vello di strategia. E, infine, al movimento socia lista di allora restava estranea tutta la complessa problematica delle masse semiproletarie e dei contadini poveri del Mezzogiorno. Nell ’ immettersi nella multiforme realtà agra ria dell ’ Emilia, il socialismo non calava dall ’ alto un disegno uniforme, definito a priori. Anzi, proprio perché sollecitava l ’ iniziativa e la creati vità dal basso, tendeva ad assumere specifiche connotazioni nelle varie zone, riflettendo le di sparità delle situazioni materiali, della stratifica zione sociale, delle tradizioni, della mentalità collettiva. In tal modo si profilava un panorama di modelli giustapposti, differenti nelle impo stazioni, nella condotta corrente, nelle strutture e nelle funzioni loro demandate, nei rapporti fra queste ultime e il movimento. Pur con il dato comune dell ’ azione esplicata dal socialismo, il punto di partenza stava dunque nella diversità: e, invero, solo dopo un lungo iter di esperienze, di confronti e di osmosi dovevano emergere quei tratti di relativa uniformità dell ’ Emilia sociali sta. Il Ferrarese e il Piacentino adottavano il mo dello tipico delle zone di prevalente braccianta to, che era stato elaborato e aveva fatto le prove nel Mantovano. La scelta, coerente alla stratifica zione sociale nel primo caso, non lo era nel se condo — gli avventizi assommavano a 15.055 su una popolazione rurale di 57 .434 43 — e derivava dall ’ imitazione della prestigiosa esperienza di Mantova, che deteneva allora il rango di «provin cia pilota». Comunque, a tale discrepanza dove vano certamente addebitarsi le lunghe traversie sofferte dall ’ organizzazione di Piacenza. L ’ elemento base della costruzione era la lega contadina, con una giurisdizione coincidente, in genere, con il locale mercato di lavoro. Talvolta, esso inquadrava alla rinfusa strati eterogenei di giornalieri, obbligati, mezzadri, piccoli coltiva
46 «La Nuova terra», Mantova 8-9 set
43 Censimento 1901, III, p. 323.
44 «La Scintilla», Ferrara 15 marzo 1903. 45 A. R overi , Dal sindacalismo rivolu zionario, cit., p. 118.
tembre 1900.
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