Problemi della transizione 1984
Friedrich von Hayek
non è plausibile né che i singoli perseguano con sapevolmente la coordinazione come fine, né che si accordino a priori su come renderla possi bile. Tra le azioni individuali e l ’ outcome emer gente non c ’ è né un piano consapevole e nean che uno sviluppo di tipo irrazionale. C ’ è piutto sto un processo per tentativi ed errori; poi le in terazioni che producono esiti collettivamente positivi vengono spontaneamente ripetute e fis sate in regole e istituzioni. Una volta stabilite, le istituzioni e i modelli di comportamento diven gono per i soggetti della generazione successiva parte dei dati disponibili agli attori, sia in quan to vincoli, sia in quanto informazione sul com portamento altrui: vengono insomma a costitui re un sistema di aspettative stabili entro cui sol tanto è pensabile l ’ azione razionale. Questo modello assomiglia a quello della sele zione naturale: come quest'ultima infatti esibi sce una specie di razionalità, ma a-posteriori, perché inintenzionale, in assenza di un soggetto cosciente 17 . Si distingue tuttavia dal darwinismo sociale, perché la selezione si produce fra i pat- terns e le istituzioni, non fra gli individui, e non c ’ è pretesa di fornire leggi dell ’ evoluzione 18 . D ’ altra parte, è proprio dall ’ evoluzione biologi ca che lo stesso processo fra individui e istituzio ni viene originato. Come è stato giustamente no tato 19 , il problema di quale sia il punto di par tenza fra individui e istituzioni riproduce la vec chia questione dell ’ uovo e della gallina. Ma l ’ impasse può essere facilmente aggirato dall ’ in dividualismo con il riferimento all ’ evoluzione biologica: nella regressione indietro si giunge a un punto in cui non ci sono né azioni né istitu zioni, ma comportamenti determinati dalla spe cie. I primi uomini emersero da organismi con modelli precostituiti di accoppiamento, di rela zioni di gruppo e territoriali e così via. Non c ’ è bisogno di sottolineare il termine istituzione. Forse, istituzioni sono per definizione trasmesse e mantenute via cultura. Laddove queste regola
rità comportamentali primitive sono invece tra smesse biologicamente come risultato dell ’ evo luzione. Con questo, l ’ individualista metodolo gico vince o perde? Vince, credo, se può spiegare la teoria dell ’ azione umana con l ’ ausilio dell ’ evoluzione biologica. Le istituzioni sono, dunque, all ’ origine una variabile dipendente 20 . Come modello di spiegazione dell ’ emergenza dell ’ ordine socio-politico, la mano invisibile è considerata (per esempio, da Nozick) di tipo fondamentale. Questo perché la vita associata viene spiegata in termini completamente diversi da quelli usati per definirla e, secondo Nozick, «thè less an explanation uses notions constitu- ting what is to be explained, thè more, (coeteris paribus) we understand» 21 . Così non è indispen sabile postulare nessuna tendenza altruistica o cooperativa, come nella definizione aristotelica di animale politico, né una consapevolezza degli attori di interesse comune superiore, come nella roussoiana volontà generale: come s ’ è detto, gli insiemi sociali appaiono, attraverso la mano invi sibile, solo come prodotti secondari di azioni egoistiche. Questo però è vero solo se si considera come unità di base della vita sociale lo scambio di beni fra due agenti economici. Come Cari Menger ha esplicitamente descritto 22 , la transazione di beni sul mercato appare infatti una situazione equa che produce vantaggi ad entrambe le parti, sen za che il beneficio comune sia incluso nei piani degli attori. Ma la generalizzazione dello scam bio a tutti i settori della vita associata implica due presupposti: il primo riguarda la situazione degli attori — che deve essere più o meno parita ria. Se ci fosse infatti una grossa diseguaglianza, l ’ imposizione diretta sarebbe plausibilmente la regola fra attori egoisti. Il secondo riguarda gli interessi individuali che sono pensati come non radicalmente conflittuali o, comunque, compo nibili attraverso qualche scambio. Mi sembra che questa immagine della società come processo di coordinazione che si produce
nomics and Sociology, Urbana, Illi- nois, 1963, libro IV). 17 Per un approfondimento della ra zionalità «a posteriori» dell ’ evoluzione della specie vis-a vis quella dell ’ indivi duo, cfr. J. E lster , Ulisses and thè Sy- renes, Cambridge 1979, pp. 3-18: la prima viene definita come «locai maxi- mizing», la seconda come «global ma- ximizing». 18 RO, cfr. «Thè rise of evolutionary Approach», pp. 22-23. 19 R. NOZICK, «On Austrian Metho- dology», cit. , p. 359
20 Ìbidem. 21 R. N ozick , Anarchy, State..., cit., p. 19. 22 C. MENGER, Principia of Econo mia, cit., pp. 169-180; p. 230; pp. 260 segg.; Id., Problems of Economia and Sociology, cit., libro III, «Thè Ori- gin of Money», pp. 152 segg. La situa zione in cui il bisogno di coordinazione trascende eventuali conflitti è stata de scritta in termini di teoria dei giochi da T. S chelling , Thè Strategy of Con- flict, Cambridge Mass., I960. Ma in questo caso bisogna appunto presume
re un desiderio consapevole di coordi nazione che non è esattamente ciò che è implicato dal modello a mano invisi bile. Una critica puntuale ad esso, con dotta proprio sull ’ esempio del passag gio dal baratto al danaro si trova in H. SHEINER «Can a Social Contract be si- gned by an Invisible Hand?» in Bir- naum et al., eds., Democracy, Consen si and Social Contract. London 1978.
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