Problemi della transizione 1984

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

larmente insidiosa proprio perché Hayek presen ta la sua filosofia politica come preferibile non in termini etici, ma sulla base di necessità di fatto, per cui nel corso del suo ragionamento il passag gio dal piano descrittivo a quello normativo non è mai esplicitato. Il punto di partenza è ovviamente l ’ antropo logia dell ’ ignoranza da cui deriva la critica al co struttivismo nel sociale e, contemporaneamente, l ’ adozione del modello alternativo della mano invisibile. In questo contesto la libertà risulta es sere l ’ unico valore sostenibile, e non sul piano etico, bensì metodologico. Dunque la società li berale si giustifica sul piano normativo in quanto persegue e difende l ’ unico valore che può essere ragionevolmente incorporato entro un ordine so ciale: la giustizia viene qui pertanto a coincidere con la protezione della libertà. Senza addentrarsi ora nella nota discussione, all ’ interno delle teorie etiche, sulla legge di Hu- me, va notato che Hayek non esita a derivare prescrizioni da descrizioni, collocandosi così su posizioni naturalistiche. Ma, a differenza di altri naturalisti etici, quali gli utilitaristi, Hayek rifiu ta decisamente il consequenzialismo, sostenendo che le conseguenze «seconde» delle nostre azio ni, i risultati complessivi e collettivi sono com pletamente fuori dalla responsabilità morale. La sua etica sociale non è, come s ’ è già visto, teleo- logicamente rivolta a un risultato, ma, secondo la sua stessa definizione, procedurale: posto che l ’ assetto sociale complessivo emergente dalle azioni è comunque inatteso e non prevedibile, oggetto dell ’ etica sono soltanto le interazioni in dividuali intenzionali e l ’ aspetto di esse social mente rilevante riguarda l ’ assenza o meno di coercizione e l ’ imparzialità. Di nuovo, la libertà, come valore metodologico-procedurale, e la giu stizia formale della rule of law. In base dunque alla restrizione della portata dell ’ azione intenzionale — che non può eccede re i piani individuali — Hayek ritiene giustifica ta una società decisamente inegualitaria, che esclude dai suoi obiettivi qualsiasi forma di giu stizia distributiva. La disuguaglianza sociale rap presenta infatti, secondo Hayek, l ’ effetto non voluto di precedenti interazioni e ordinamenti istituzionali, ma nessuno è responsabile di que sta evenienza e nessuno può modificare la situa zione, pena la caduta in mali peggiori, quali la limitazione della libertà e il totalitarismo. Questa concezione risulta suscettibile di alcu ne controargomentazioni; innanzitutto un ’ os servazione sul piano descrittivo. L ’ assunzione di ignoranza ontologica, se mette a punto critiche persuasive al modello costruttivista (conseguenze

inattese, effetti perversi), non implica, per ciò stesso, l ’ efficacia del modello rivale della mano invisibile. Lo sviluppo spontaneo delle istituzio ni e dei processi sociali non garantisce assenza di crisi, conflitti, disequilibri che domandano in terventi artificiali. Spostando poi l ’ ordine delle considerazioni sul terreno propriamente normativo, anche ac cettando la visione pessimistica di Hayek sul con trollo razionale dei processi sociali, mi sembra che il suo modello liberale lasci del tutto insod disfatti sul piano etico. La difesa dell ’ ingiustizia sociale si basa, come abbiamo visto, sul fatto che: a) nella società libe ra regolata dalla rule of lau) le diseguaglianze so ciali sono intenzionali, prodotti casuali e fuori dalla responsabilità umana come le leggi di na tura; b) che, in ogni modo, la giustizia sociale è un miraggio perché ricade nella fallacia costrutti vista. A un primo esame critico, mi pare che l ’ argo mento dell ’ intenzionalità-responsabilità «limita te» vada vagliato con più attenzione. Vorrei ri cordare, tra l ’ altro, che la scienza giuridica ha ela borato il concetto di responsabilità oggettiva in relazione a danni o torti in assenza di intenzio nalità, proprio perché, anche in questo caso, il danno resta e va in qualche modo risarcito. Così, nella situazione configurata da Hayek, lo svan taggio connesso a ineguaglianze sociali resta, al di là del fatto che queste siano state prodotte de liberatamente o meno. Non solo, ma una volta che questo è riconosciuto socialmente, il non in tervento deliberato implica l ’ accettazione e la perpetuazione di ingiustizie sociali. Quindi, se pure non è individuabile una responsabilità nel prodursi delle diseguaglianze sociali, lo è invece nel mantenerle senza intervenire. Naturalmente l ’ argomentazione a questo proposito fa leva sull ’ equiparazione di processi non intenzionali a processi naturali, in modo tale da a) sostenere l ’ inevitabilità di ineguaglianze e ingiustizie so ciali e b) spostare il problema fuori da considera zioni di giustizia. Ora, oltre al fatto che la liceità dell ’ analogia fra eventi naturali e sociali è tutt ’ altro che dimostrata, il mio controargomen- to è che, dal punto di vista etico, «l ’ inevitabilità» non può fondare normativamente l ’ indifferen za. Porterò come esempio il caso di eventi natu rali catastrofici: anche in questo caso l ’ atteggia mento delle società umane non è di deresponsa bilizzazione o di assenza. Nei limiti delle cono scenze disponibili, c ’ è o si tenta almeno un in tervento preventivo e, in seguito, una gestione collettiva dei soccorsi e dei danni. Infine riconoscere la limitatezza umana come

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