Problemi della transizione 1984
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
1974, non solo si restrinse il margine di redistribuzione mediante l ’ abbassa mento delle entrate fiscali e la contestuale crescita della spesa sociale come conseguenza di un forte aumento della disoccupazione, ma le priorità si spo starono sempre più dalle riforme tese alla stabilizzazione della crescita verso una politica di sostegno dei profitti delle industrie private. Il livello della si curezza sociale cadde sempre più di fronte al fuoco di sbarramento delle cri tiche dei conservatori; secondo queste critiche infatti esso era, insieme all ’ al to livello salariale dei lavoratori tedesco-occidentali, causa essenziale della di minuita capacità di concorrenza e quindi della crisi economica. La crisi delle finanze statali fu spiegata non in rapporto alla disoccupazione di massa, ma solo a partire dalla spesa, cioè dagli oneri a carico del bilancio sociale. Anche la coalizione social-liberale si è in parte adeguata a questo punto di vista. In vece di una politica coerente tesa alla stabilizzazione dell ’ occupazione, che potesse contemporaneamente essere abbinata a interventi in settori adatti a superare le insufficienze sociali (per esempio costruzione di alloggi, creazio ne di posti di formazione per i giovani, investimenti nel settore dell ’ istruzio ne), furono assunte, a più riprese e in maniera contraddittoria, misure di consolidamento che finirono a carico dei gruppi a reddito più basso, dei pen sionati e dei disoccupati. Riduzioni degli interventi sociali furono abbinate a misure di maggiore carico sui redditi delle masse (aumento dei contributi per le assicurazioni sociali, della tassa sul valore aggiunto e altre imposte di consumo) e a sostegno finanziario delle imprese. Una politica restrittiva di questo genere era non solo in contrasto con il compito più urgente, cioè la salvaguardia dell ’ occupazione, per il fatto che lo Stato con una simile politica non compensava la flessione della domanda privata con la domanda pubblica; ma essa in aggiunta faceva calare anche la domanda complessiva e con ciò contribuiva all ’ ulteriore espansione della di soccupazione. Infine, le contrazioni degli interventi sociali conducevano an che, con un processo circolare, a successive e aggiuntive diminuzioni di en trate, che di nuovo mandavano all ’ aria l ’ originaria «politica di risparmio». L ’ Istituto Tedesco per la Ricerca Economica (DIW) ha calcolato, nel giro di due anni, un passaggio da un risparmio originario di 1 miliardo di marchi a un onere passivo di bilancio di 0,7 miliardi di marchi. La rinuncia a un pro gramma per l ’ occupazione è causa di costi che aumentano, con un milione di disoccupati, a circa 25 miliardi di marchi poiché, sul versante delle entra te, risultano minori entrate fiscali e minori oneri sociali e su quello delle usci te aumentano i sussidi di disoccupazione. Ciò ha anche conseguenze sulle pensioni: per ogni milione in più di disoccupati vengono a mancare, alle cas se per le pensioni, 5,5 miliardi di marchi. La compensazione di questi deficit per mezzo dell ’ adeguamento delle prestazioni sociali a un livello finanziario inferiore è una politica che non tiene conto dei problemi sociali ed è anche economicamente discutibile. La teoria del ciclo economico chiarisce anche che un margine finanziario per la prosecuzione di una coerente politica so ciale avrebbe potuto sussistere anche in situazione di crisi, all ’ interno di obiettivi di politica congiunturale. Un rafforzamento continuo delle entrate più basse attraverso una politica redistributiva (che è caratteristica dello Stato sociale) unita a una politica di investimenti statali in settori socialmente im portanti, con l ’ aiuto di una politica finanziaria espansiva, avrebbe ben potu to contribuire non solo a proseguire le riforme sociali ma anche, contempo raneamente, alla stabilizzazione dell ’ occupazione. Il finanziamento di una tale politica sarebbe stato in primo luogo ottenu
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