Problemi della transizione 1984

La libertà in Marx

quanto gli avrebbe trasmesso le particolarità proprie della specie, rendendolo un essere umano. Sentita e riconosciuta dagli altri come «mediatore», questa persona potrebbe contare sul loro amore e riconoscimento, anche se la moti vazione del suo fare non era assolutamente la ricerca di tale riconoscimento. Infine l ’ artista, o il maestro, con questo loro fare, inteso non per avere una ricompensa, ma come espressione della natura individuale, avrebbero attiva to anche la loro natura sociale, e in tal modo le relazioni fra uomini sarebbe ro anche direttamente quello che debbono essere. Lo specchio deformante del mondo delle merci e il velo del denaro scomparirebbero, e le produzioni dei produttori associati, che lavorano gli uni per gli altri e vivono la loro atti vità come arricchimento personale, sarebbero di fatto lo specchio fedele dell ’ umanità liberata. ni Di questa visione del futuro, con ogni evidenza estremizzata in senso uto pico, ritroviamo appena una chiara traccia nel Marx posteriore. Nel Capitale la libertà coincide con la socializzazione dei mezzi di produzione e con l ’ or ganizzazione razionale, resa in tal modo possibile, sia della produzione che della società, da parte dei produttori uniti. Verrebbe così eliminato il con trollo da parte dell ’ automatismo del mercato del lavoro, nonché le esigenze della riproduzione allargata del capitale: ma non sarebbe ancora realizzato un perfetto «regno della libertà» per tutti. Anche lo stato dovrebbe finire per esinguersi, secondo Engels, perché non ci sarebbero più privilegi da difende re contro i sottoprivilegiati: ma anche 1 ’ » Amministrazione materiale», a cui si ridurrebbe l ’ attività degli antichi organi statali, non sarebbe possibile sen za che qualcuno dia indicazioni e disposizioni alle persone. Per quanto ri guarda la morale, infine, l ’ Engels più tardo disse che gli uomini si abitue ranno a osservarne le regole più elementari senza costrizione. Non si parla invece di bontà e di gentilezza spontanee. In un famoso passo nel terzo volume del «Capitale», Marx formulò la sua concezione definitiva della futura libertà: «Il regno della libertà inizia di fat to solo là dove cessa il lavoro determinato dal bisogno e da obiettivi esterni', esso si trova dunque, secondo la natura della cosa, oltre la sfera della produ zione materiale vera e propria', come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i propri bisogni, per mantenere e riprodurre la propria esisten za, la stessa cosa deve fare anche l ’ uomo civilizzato, e ciò in tutte le forme di società, sotto tutti i possibili sistemi di produzione . Con il suo sviluppo si amplia anche questo regno della necessità imposta dalla natura, perché si ac crescono i bisogni, ma al tempo stesso si espandono anche le forze produttive atte a soddisfarli. In questo campo, la libertà può consistere solo nel fatto che l ’ uomo socializzato, i produttori associati, arrivino a regolamentare in modo razionale questo scambio con la natura, a porlo sotto il controllo col lettivo, invece di venirne dominati come da una potenza cieca, a realizzarlo con il minimo dispendio di energia e nelle condizioni più degne e più ade guate alla loro natura umana. Esso continua ad essere però il regno della ne cessità. Al di là di questo inizia lo sviluppo delle forze umane inteso come obiettivo autonomo, l ’ autentico regno della libertà, che però può fiorire solo sulla base del regno della necessità. Condizione fondamentale è la riduzione dell'orario di lavoro». (Marx-Engels, Werke, voi. 25, p. 828).

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