Problemi della transizione 1984
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
duzione, e che posto deve occupare, nell ’ ordine di priorità degli in vestimen ti, l ’ aumento della produttività mediante la costruzione di nuove macchine etc., il miglioramento delle condizioni lavorative mediante una configura zione più confortevole del posto di lavoro etc. Su questo punto naturalmen te i solo-consumatori porranno delle priorità completamente diverse che non i produttori, e c ’ è il pericolo che gli amministratori, che necessariamente fi niscono per occupare posizioni-chiave, si facciano portavoce dei solo consumatori oppure, come in URSS, diano la priorità ai propri consumi di prestigio. D ’ altra parte un senso di umanità vorrebbe che coloro che non possono (o non possono più) lavorare perché troppo giovani, o troppo vec chi, o malati, ricevano perlomeno una quota sufficiente del prodotto nazio nale. Non si può però al tempo stesso far aumentare al massimo il prodotto nazionale e rendere ottimali le condizioni di lavoro. La durata della giornata lavorativa (e della vita lavorativa) dipende dalla quantità di beni e di servizi che devono esser messi a disposizione di quelli che non lavorano, e dalla quota per gli investimenti destinati ad accrescere la produttività. In breve: quanto più alte sono le prestazioni sociali a favore della popolazione inatti va, e quanto più alti sono gli investimenti destinati all ’ incremento e all ’ am pliamento della produzione, tanto più è ridotta la quota di prodotto nazio nale che può esser messa a disposizione, in forma di beni di consumo, dei produttori stessi. Una decisione democratica su questo ordine di priorità richiede dunque da parte di tutti — in particolare dei produttori — una notevole misura di senso di responsabilità sociale', la considerazione delle esigenze di quelli che non lavorano, nonché delle generazioni future, deve trovar posto, con effet to correttivo, accanto al legittimo, spregiudicato interesse personale, che non coincide assolutamente col bene comune. 3) La società — cioè gli organi democratici da essa incaricati — dovrebbe decidere chi deve fare quale lavoro, per quanto tempo e per quale retribu zione. Ottimale naturalmente sarebbe una retribuzione uguale per tutti, co me lo ipotizza Marx in effetti per la «fase suprema» della società post rivoluzionaria. Ma questo «ordinamento sociale comunista», in cui tutti lavo rano volontariamente in base alle loro capacità e ricevono in misura corri spondente ai loro bisogni, è ancora ben lungi dal comparire all ’ orizzonte. Per il momento può valere solo il principio saintsimoniano «ciascuno secon do le sue capacità — a ciascuno secondo il suo rendimento». Ma anche que sto principio non è applicabile senza difficoltà in un ’ economia socialista pia nificata. Qual è il criterio da usare per la valutazione del rendimento indivi duale? Che differenza di valutazione ci dev ’ essere fra i lavori più e meno qualificati, fra attività direttive ed esecutive? Se la maggioranza dovesse deci dere democraticamente in proposito, si può supporre che unificherebbe al massimo i livelli retributivi. A ciò si oppone invece l ’ interesse di tutti a un incremento della produzione e all ’ impiego dello «stimolo al rendimento», che sul lungo periodo ha pur sempre origine anche da una più alta retribu zione. Si tratterà dunque di trovare argomenti plausibili per una accettabile differenziazione dei salari, e di sperimentare le tariffe salariali nella pratica. I salari troppo elevati dovranno essere diminuiti, nel caso che dovessero dimo strarsi inutili o addirittura dannosi, e quelli insufficienti aumentati. In tutti questi casi, agli organi democratici e a coloro che li eleggono è richiesta una misura straordinariamente elevata di altruismo e di capacità di giudizio. Nel caso invece che tutte, o almeno le più importanti, scelte elencate ven
22
Made with FlippingBook - Online catalogs