Problemi della transizione 1984

Marx e i marxismi

10 all'altro. Sulla medesima strada s ’ inserì poi, com ’ è noto, Antonio Gram sci, che quell ’ arduo lavoro, schiettamente marxista, di ricognizione della sto ria e della società italiana indicato e iniziato da Labriola riuscì, attraverso una ricerca cominciata ben presto e protrattasi fino alla sua morte, a far avanzare in modo e con esiti così validi da condurre «il movimento operaio italiano a incidere profondamente nella vita del nostro Paese» e da portare «la corrente di pensiero che ha la sua matrice in Marx a divenire parte organica della no stra cultura nazionale» (Luporini). Anche la Seconda Internazionale si trovò ad operare in una realtà diversa da quella di Marx ancora in vita, tuttavia è precisamente di fronte a quelle novità che essa, come mostra Renato Monteleone nel suo saggio, consumò il proprio fallimento, dimostrandosi incapace di «digerirle» teoricamente, di coglierle nel loro significato e, tanto meno, di mettere a punto un ’ adeguata strategia politica. Chi invece riuscì a fare i conti con la realtà del proprio pae se e con quella mondiale, giungendo non solo a individuare le forze capaci di trasformare la società e a definire i modi, i mezzi e i tempi di tale processo liberatorio, ma anche, fatto inedito nella storia, ad attuare poi addirittura la rivoluzione, è Lenin: il socialismo «non era più un sogno, stava diventando realtà concreta dello stato operaio» (Hobsbawm). Quella rivoluzione, come osserva Giuseppe Boffa nel suo intervento, «si fece nel nome del marxismo» e «contribuì più di qualsiasi altro evento alla [sua] diffusione»: ne «costituì, in un certo senso, il trionfo», essendo il marxismo, vorrei aggiungere, anche e innanzitutto una filosofia della prassi, una teoria rivoluzionaria, ed essendo quindi, la rivoluzione, il suo inveramento. L ’ artefice di tale sconvolgimento, accogliendo e mettendo in atto l ’ invito-proclama lanciato da Marx nella più famosa delle tesi su Feuerbach (il cuore del marxismo), ha dimostrato, con la sua opera e nei fatti, che il pensiero del grande rivoluzionario tedesco, se ben assimilato, puntualmente utilizzato e coerentemente sviluppato, costituisce una formidabile guida per la conoscenza e la prassi. Il marxismo (inteso come il pensiero, l ’ opera di Marx), grazie alle sue fon damentali acquisizioni specifiche e alla propria intrinseca autocriticità e au toconsapevolezza storica (che lo staccano da ogni ideologia — in senso mar xiano — e ne impediscono la collocazione-mummificazione nella galleria della storia delle idee, facendone invece un punto di non ritorno), possiede tutti gli strumenti per superare gli stessi eventuali suoi limiti, per consentire alla conoscenza di seguire passo passo la realtà nei suoi sviluppi, per imposta re correttamente qualsiasi nuovo lavoro di ricerca, insomma, per mantenere costantemente la propria attualità e la propria imprescindibilità. Se dunque questo è il marxismo, e se, d ’ altra parte, la situazione in cui versiamo oggi è quella descritta da Hobsbawm, con una sfasatura tra la teoria e la prassi e con 11 necessario lavoro di ricognizione della nuova realtà per la maggior parte ancora da fare, dobbiamo allora finalmente riconoscere che è del tutto im proprio e anche scorretto parlare (cosa che invece si fa continuamente, cre dendo, forse, con ciò stesso, di essere più moderni, all ’ altezza dei tempi) di crisi del marxismo. Il marxismo non è un ’ astratta e chiusa tavola di coman damenti, una precettistica rigida e datata, di cui il passare del tempo solleciti la sostituzione, bensì una «bussola di orientamento» (Hobsbawm), indispen sabile a chiunque voglia davvero orizzontarsi. La sua creazione ha fatto la grandezza di Marx, ma essa, come tutte le altre cose, per essere utile e fun zionare, ha bisogno che gli uomini se ne servano e la sappiano adoperare. È assurdo rifiutare Marx perché non ci ha scodellato, con oltre un secolo di an

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