Problemi della transizione 1984
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
ticipo, una conoscenza completa e dettagliata della realtà odierna, una rispo sta esplicita a tutti i nostri possibili interrogativi. Sarebbe una pretesa troppo comoda e davvero strana, a meno che non si creda sul serio, contrariamente a ogni elementare principio del marxismo, che il mondo umano sia retto da un ferreo determinismo, che si possano dare soluzioni a problemi ancora ine sistenti, ecc. Sarebbe invero fare a Marx, per riprendere una sua celebre fra se, troppo onore (perché vorrebbe dire considerarlo come se fosse, o potesse essere, un dio onnisciente e onnipotente, o, almeno, come un uomo dopo la cui morte i successori non possono non sentirsi irrimediabilmente soli, per duti, perché incapaci di fare, con le proprie forze, alcunché di buono) e trop po torto (perché Marx non è un profeta, un mago, un indovino). Se dunque non siamo in grado o non siamo ancora riusciti a fornire un quadro conoscitivo esauriente della realtà che ci circonda, la responsabilità è interamente nostra; se nell ’ occidente ancora non c ’ è il socialismo, è assurdo addossarne la colpa a Marx: e noi, allora, che ci staremmo a fare? Dopo il 1883, l ’ inevitabile analisi di ciò che via via accadeva e andava mutando non poteva essere certo fatta da Marx, ma da altri sulle orme di Marx. E quanto questa traccia (non un insieme chiuso e ossificato di dogmi, soluzioni e pre visioni, per carità, ma, come ho cercato di chiarire, nucleo, pensiero vivente, poliedrico, aperto, avente in sé la molla del suo stesso progredire) fosse ne cessaria e preziosa è stato dimostrato, ripeto, tra gli altri, da Lenin. Stava dunque a coloro che gli sono succeduti continuare il suo lavoro, superare i suoi stessi limiti, invecchiamenti o errori (tutte cose naturali, pacifiche, ovvie e anche inevitabili, la cui esistenza non deve certo scandalizzare nessuno, sal vo, forse, i non marxisti), per cui, se vi sono riusciti solo in parte o per nien te, la responsabilità è unicamente loro. Parlare in certi casi di crisi del marxi smo o di morte di Marx significa, coscientemente o inconsapevolmente, for nire un falso alibi per coprire responsabilità che non sono e non possono es sere sue. Se, a proposito della situazione odierna, vogliamo proprio parlare di crisi, e del resto penso che sia davvero il caso, si deve però dire, conseguentemen te, che ad essere in crisi sono piuttosto i marxisti, e ciò in due sensi. Da un la to, infatti, — e qui mi riferisco alla parte più seria del marxismo dei nostri tempi, a coloro che ancora lo considerano una fonte, una guida teorica e pra tica indispensabile — si deve parlare di incapacità o di difficoltà di decifrare con chiarezza l ’ evolversi della società moderna, di compiere, o, meglio, di proseguire, per la realtà che ci circonda, quel lavoro che Marx aveva intrapre so per quella del suo tempo, in altre parole, di adempiere il severo compito che incombe su ogni intellettuale rivoluzionario, che è quello di produrre e fornire la conoscenza necessaria alla prassi. Dall ’ altro lato, assistiamo al vasto e variegato schieramento di quelli che, in una maniera o in un ’ altra, esplici tamente o implicitamente, in tutto o in parte, ecc., hanno tagliato, o sono tentati di tagliare, i ponti col marxismo. Figurano in questo ventaglio di po sizioni coloro che hanno più o meno clamorosamente disertato per seguire le mode, salire alla ribalta delle cronache, calcare le scene dei salotti mondani, ma finendo anche per cacciarsi in un vicolo cieco e per isterilire la propria produttività teorica; coloro che non amano più o temono o evitano (per il bene della loro professione) di definirsi pubblicamente marxisti senza tanti distinguo, contribuendo così alla crociata scatenata per screditare il nome e l ’ opera di Marx; coloro che pensano di comportarsi in modo laico, ponderato e non semplicistico situando crocianamente il marxismo accanto ad altre dot
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