Problemi della transizione 1984
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
scorso che Fergnani svolge sulla questione del pratico-inerte, senz ’ altro inte ressante per più di un aspetto, giunge a una definizione talmente ampia, che, se le cose stessero in quei termini, da un lato, renderebbe possibile tro vare il pratico-inerte già presente e operante fin dalla prima riflessione filoso fica di Sartre, e, dall ’ altro lato, per l ’ eccessivo rilievo attribuito alla «vischio sità» della materia, avrebbe l ’ involontario effetto di ristabilire l ’ originario ca rattere dicotomico del pensiero sartriano che invece, soprattutto a partire dalla Critica della ragione dialettica, il filosofo francese si sforza di corregge re. 2. La tesi di Fergnani è che il concetto di pratico-inerte è «concetto così equivoco nel senso letterale del termine che sarebbe probabilmente più op portuno parlare di una “ famiglia ” o di una “ costellazione ” di concetti» (p. 209). A suo parere, infatti, se ne possono distinguere almeno tre significati: a) pratico-inerte come «uso pratico-inerziale del corpo proprio o della sog gettività corporea vivente» (p. 170); b) pratico-inerte come «sedimentazione dell ’ attività nel corso dello svol gimento vitale personale» (p. 210), come «pratico-inerte personale», «in-sé di origine e formazione pratica, la cui crescita ci fa sempre più essere» e «che corrisponde ad una vita sempre più fatta e sempre meno da farsi» (p. 182); c) pratico-inerte come «formazione dotata di struttura oggettiva e perma nente, luogo d ’ integrazione tra prassi esteriorizzata e inerzia materiale lavo rata» (p. 178), come «ambito d ’ inerzia organizzata,... base di “ terreno artifi ciale ” » che «deve la sua oggettività e permanenza alla presenza di una mate ria inorganica lavorata, nella quale delle azioni si siano concretizzate e passi- vizzate»(pp. 178-9). Ora, nonostante la sua ambiguità e il suo non sempre — in effetti — rigo roso uso dei termini (soprattutto negli scritti e interventi più recenti), nono stante il carattere di opera in progress che qualifica la sua riflessione filosofi ca, e nonostante egli stesso abbia affermato che la sua opera intellettuale «se formerait à travers des pensées qui seraient toujours ouvertes et qui se chan- geraient en une autre pensée, voisine quoique differente, dix ans après» («Obliques», n. 18-19, 1979, p- 17), non sembra che Sartre abbia attribuito al concetto di pratico-inerte un significato così ampio e «plurivoco». Per esempio, nei termini in cui viene definito ai punti a) e b) non pare corri spondere all ’ uso che ne fa Sartre. Evidentemente le molteplici connotazioni secondarie, che spesso accompagnano e talvolta si sovrappongono alle con notazioni che ne esprimono la struttura essenziale, conducono Fergnani — nella sua volontà, peraltro giusta di mantenere «aperta» la sua interpretazio ne di Sartre — ad assumere come definizione del pratico-inerte quello che è o un aspetto parziale o un effetto di esso — donde la troppo estesa denota zione. Il pratico-inerte non consiste semplicemente in quella condizione in cui «la materia sigillata “ nega ” ... per il fatto di assorbirla e trattenerla in sé, quell ’ azione che l ’ ha in prima istanza negata, cioè trascesa nel suo darsi im mediato» (p. 176). Questa definizione ne esprime solo uno degli aspetti. Il
2 Si veda anche la nota introduttiva che Fergnani premette al saggio di Sartre, Usocialismo venuto dal freddo in L'universale singolare, cit., pp. 195-97.
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