Problemi della transizione 1984

L ’ ultimo Sartre

pratico-inerte, infatti, non indica solo il farsi inerte (incidendosi nella mate ria che l ’ assorbe e trattiene) della praxis, dell ’ attività, ma anche la riattiva zione della praxis fattasi inerte da parte di altre praxis che rincontrano og- gettivandosi anch ’ esse nella materia. E lo stesso Fergnani certamente lo rico nosce (anche se, come vedremo, non sembra sempre ritenerlo fondamenta le). Scrive infatti: «la materialità nel suo venir sigillata e sugellata \scellée\... [costituisce] solo un aspetto della condizione pratico-inerte: quello attinente alla determinazione e concrezione dell ’ attività viva o prassi in atto. Il risulta to solidificato — emerge a questo punto l ’ altro aspetto — è a suo modo in fluente e ri-operante. .. Diremo allora che il segreto del pratico-inerte sta nel suo essere in pari tempo inerte pratico', perché fa valere “ proprie ” esigenze, emana imperativi, esercita su (o contro) l ’ operatore, o il fruitore in genere, un ’ attività di rimando» (pp. 176-7). Ma ecco il punto centrale, il punto che Fergnani non pare considerare sempre essenziale: donde viene questa «atti vità di rimando»? Da chi o in che modo è resa operativa l ’ inerzia materiale? Donde deriva il retoumement per cui le mori saisit le vip. E qui, nella sottovalutazione di queste questioni fondamentali, nel non ritenerle inscindibilmente connesse alle condizioni strutturali del pratico inerte, che sta la fonte della troppo ampia estensione del concetto in questio ne, visto come una «costellazione» di concetti, anziché come un concetto esprimente una realtà univoca anche se manifestantesi concretamente in molteplici forme e con diverse gradazioni alienative. Il pratico-inerte, infat ti, non può essere identificato semplicemente, e nemmeno soprattutto, col carattere «vischioso» o «engluanfr» della materia, col fatto che essa cristallizza e fissa in essere la vivente attività del soggetto: anche se questo carattere «in vischiarne» è uno dei caratteri del pratico-inerte (e la stessa tematica del vi schioso, sviluppata da Sartre ne Uè tre et le néant, può essere ricompresa e per così dire «socializzata» nel più vasto tema del pratico-inerte), da solo non basta a definirlo, come non basta a definirlo il semplice stratificarsi dell ’ atti vità individuale in un passato personale, preso per sé, nonostante il soggetto non possa, ovviamente, prescindere da esso e in esso si trovi, per così dire, immerso. 3. Ma vediamo quello che dice lo stesso Sartre. Per la prima volta il termi ne compare — se ricordiamo bene — a pag. 172 del primo volume della Cri tica della ragione dialettica (ma il concetto è già presente nelle Questioni di metodo a p. 119 — dove peraltro si parla del «capitale» come «forza sociale» che assume l ’ aspetto di «forza antisociale» — eap. 132). Scrive Sartre: «E, quando si tratta di oggetti pratici — macchine, utensili, oggetti di puro con sumo, ecc. — è la nostra azione a conferir loro l ’ apparenza di totalità, risu scitando — in un modo o nell ’ altro — la praxis che ha tentato di totalizzare la loro inerzia. Vedremo in seguito che queste totalità inerti hanno un ’ im portanza fondamentale e che creano tra gli uomini quel tipo di relazione che chiameremo il pratico-inerte. Tali oggetti umani meritano di venir studiati nel mondo umano: qui ricevono lo statuto pratico-inerte, cioè pesano sul no stro destino per la contraddizione che contrappone in essi la praxis (il lavoro che li ha fatti e il lavoro che li utilizza) e l ’ inerzia». Il termine ricompare poi a p. 188:

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