Problemi della transizione 1984

L ’ ultimo Sartre

fondamento della praxis individuale e della pluralità degli agenti all ’ interno del campo pratico. .. In altri termini, soltanto la libera praxis dell ’ Altro, sulla base delle circostanze materiali può, attraverso una materia lavorata, limitare l ’ efficacia e la libertà della mia praxis»\ «Ciò che egli [l ’ individuo] vive e fa in quanto individuo rimane, nell ’ immediato, praxis reale o lavoro umano: ma attraverso l ’ impresa concreta di vivere, una specie di rigidità meccanica lo pervade, sottoponendo i risultati del suo atto alle leggi estranee dell ’ ad - dizione-totalizzatrice. La sua oggettivazione è modificata dal di fuori, dal potere inerte dell ’ oggettivazione degli altri» (CRD, I, 439 e 299); b) la materialità come mediazione: «La scoperta fondamentale dell ’ espe rienza dialettica, lo ricordo subito, è che l ’ uomo è mediato dalle cose nella misura in cui le cose sono “ mediate ” dall ’ uomo»; «Appunto perché la mate ria si rende mediazione tra gli uomini, ogni uomo si rende mediazione tra le praxis materializzate»; «Ma appunto perché il significato ha assunto un carat tere di materialità, esso entra in rapporto con l ’ Universo intero»; «Solo la materia compone i significati»; «Insomma, a questo livello la materia, come limite del significato, si rende mediazione dei significati fra loro. Solo in essa e per essa i significati (praxis cristallizzata) si combinano in una sintesi nuo va, per quanto sempre inerte» (CRD, I 205, 307, 285, 301, 291; cfr. anche IF, 111,47); c) la controfìnalità: «Così la materia lavorata, per le contraddizioni che porta in sé, diventa per gli uomini e grazie ad essi il motore fondamentale della Storia: in essa le azioni di tutti si connettono e assumono un senso, cioè costituiscono per tutti l ’ unità d ’ un avvenire comune; nello stesso tempo però essa sfugge a tutti e spezza il ciclo della ripetizione perché tale avvenire — sempre progettato nell ’ ambito della penuria — è disumano; la sua fina lità nell ’ inerte ambito della dispersione si muta in controfìnalità o produce, restando se stessa, una controfinalità per tutti o per taluni» (CRD, I, 306; cfr. anche CRD, II, 27). Ciò mostra con chiarezza che la materialità (e la sua capacità di assorbire la praxis} da sola non basta ad alienare l ’ atto. Certo l ’ atto si fa essere, cioè si ri balta in essere. Come dice Sartre: «Prendiamo, ad esempio, l ’ atto di sigilla re... La cera rovescia l ’ atto, la sua inerzia riflette il fare come puro esserci» (CRD, I, 285; cfr. anche 293). Ma ciò non basta perché ci sia alienazione; e lo stesso Fergnani lo riconosce quando scrive: «Beninteso non si potrebbe far coincidere un semplice oggetto manufatto con il pratico-inerte, che non è un ente singolarmente determinato né una classe di enti, bensì un “ campo di forza ” , o un luogo di relazioni e di tensioni» (p. 184). Tuttavia Fergnani non considera contraddittorio affermare senza ulteriori specificazioni (senza, per esempio, sottolineare l ’ importanza fondamentale dell ’ esistenza di moltepli ci praxis}, e come se ciò bastasse a definire il pratico-inerte, che «in generale la materia sigillata “ nega ” a sua volta, per il fatto di assorbirla e trattenerla in sé, quell ’ azione che l ’ ha in prima istanza negata, cioè trascesa nel suo darsi immediato» (p. 176). Sartre, invece, è chiaro in proposito: «la materia — egli scrive — aliena in sé l ’ atto che la lavora, non in quanto essa sia in se stes sa una forza e neppure in quanto inerzia, ma in quanto la sua inerzia le con sente di assorbire e di ritorcere contro ciascuno la forza-lavoro degli Altri» (CRD, I, 277; cfr. anche 454) 4 . Così è vero che «la materialité scellée scelle les hommes» 5 , ma è anche vero — ed è questo che deve essere sottolineato — che si tratta di una «materialité scellée» da una molteplicità di uomini sepa rati. Per non avere tenuto costantemente presente questo, Fergnani giunge a

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